L’Accordo di Parigi del 2015 è ancora la cornice centrale della cooperazione internazionale sul clima, perché ha fissato un obiettivo condiviso e misurabile: mantenere l’aumento delle temperature ben sotto i 2°C e cercare di limitare il riscaldamento a 1,5°C. Il punto decisivo, però, è che l’accordo non “funziona da solo”: si regge su contributi nazionali (NDC) che ogni Paese aggiorna nel tempo, e la differenza tra promesse e risultati dipende dalla politica interna, dagli investimenti e dalla capacità di trasformare i sistemi energetici, industriali e agricoli.
Sul piano scientifico, l’IPCC è molto chiaro: per restare credibilmente in traiettoria 1,5°C, le emissioni globali devono raggiungere il picco molto presto e diminuire rapidamente; nelle comunicazioni ufficiali dell’AR6 si parla di una riduzione di circa il 43% entro il 2030 rispetto al 2019. Questo dato è importante perché sposta la questione dal “se” al “quanto e quanto in fretta”, rendendo evidente che piccoli aggiustamenti non bastano.
Quando si passa dalla scienza alla realtà delle politiche, emerge il divario. L’UNEP, nel suo Emissions Gap Report 2024, stima che la prosecuzione delle politiche attualmente in vigore porti a un riscaldamento massimo intorno a 3,1°C entro il 2100 (con un intervallo ampio), mentre l’implementazione completa degli NDC abbasserebbe le stime ma non garantirebbe comunque automaticamente 1,5°C. In altre parole, il problema non è solo “firmare” obiettivi, ma renderli coerenti con la velocità del taglio richiesto.
Un caso reale che aiuta a capire la complessità è la COP28 di Dubai (2023). Nel testo finale, la “UAE Consensus”, compare per la prima volta un riferimento esplicito alla necessità di una transizione lontano dai combustibili fossili nei sistemi energetici. È un passaggio politico rilevante, perché cambia il linguaggio ufficiale e crea una nuova pressione diplomatica, ma non equivale a scadenze vincolanti di phase-out. Questo spiega perché si può parlare di svolta “storica” e, allo stesso tempo, riconoscere che l’efficacia dipenderà dalle leggi nazionali e dagli investimenti dei prossimi anni.
In Europa, l’UE ha tradotto la direzione politica in un obiettivo giuridicamente ancorato: riduzione delle emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990, con neutralità climatica al 2050. Qui il caso concreto non è solo l’obiettivo, ma il fatto che l’UE costruisce un impianto di norme, strumenti e mercati (come ETS e pacchetti legislativi) per spostare capitali e tecnologie. Eppure, anche in Europa la traiettoria non è lineare: per esempio, dati e analisi nazionali mostrano quanto sia difficile decarbonizzare edifici e trasporti con la velocità necessaria, e come basti una stagione fredda o un ritardo nelle ristrutturazioni per rallentare la discesa delle emissioni.
Infine, c’è la dimensione “giustizia e sviluppo”, che spesso decide la tenuta politica dell’Accordo di Parigi. La finanza climatica e la capacità di adattamento dei Paesi più vulnerabili restano un punto di tensione, perché gli impatti sono già in corso e non tutti partono dalla stessa base industriale e tecnologica. È qui che la governance climatica si gioca davvero: nella credibilità delle risorse, nell’accesso alle tecnologie e nella capacità di evitare che la transizione diventi una frattura sociale.