La salute mentale dei giovani è una delle emergenze più rilevanti e strutturali del panorama sanitario contemporaneo. Ansia, depressione, insonnia e disturbi dell'umore sono in aumento costante e trasversale, con un'accelerazione significativa a partire dal 2012, coincidente con la diffusione massiva degli smartphone e dei social media, e un ulteriore picco durante e dopo la pandemia da Covid-19. Nel 2026, le evidenze scientifiche e i casi giuridici portati in tribunale convergono nel rendere questo tema non più eludibile per istituzioni, università e policymaker.
Lo psicologo sociale Jonathan Haidt ha definito questo fenomeno «The Anxious Generation» (La Generazione Ansiosa), raccogliendo evidenze empiriche sull'impatto degli smartphone e dei social media sulla salute mentale di preadolescenti e adolescenti di tutto il mondo. Il suo lavoro ha alimentato un dibattito scientifico ancora aperto, tra chi sostiene l'esistenza di un nesso causale e chi, come la ricercatrice Candice Odgers, richiama alla cautela epistemologica, avvertendo del rischio di confondere correlazione e causalità.
L'evidenza empirica: ansia, depressione e paradosso della connessione
Uno studio pubblicato su JAMA Network Open (Università di Bath, lead author Maddalena Cipriani) ha coinvolto 373 giovani adulti con età media di 21 anni. I risultati mostrano che una sola settimana di riduzione volontaria dei social media è associata a una diminuzione significativa dell'ansia (-16,1%), dei sintomi depressivi (-24,8%) e dell'insonnia (-14,5%). Il dato più rilevante non è tanto la dimensione della riduzione, quanto la sua rapidità: sette giorni di «detox digitale» producono benefici psicometrici misurabili.
Altrettanto significativa è una ricerca pubblicata sul Journal of American College Health (Università di Cincinnati, 2025) condotta su decine di migliaia di studenti universitari: oltre il 50% dei giovani si sente solo, e chi usa maggiormente i social media ha il 38% di probabilità in più di sperimentare isolamento. Trascorrere oltre 16 ore settimanali sui social media, circa 2 ore e mezza al giorno, è associato a un rischio amplificato di disagio psicologico. Il paradosso è netto: più si è «connessi», più si è soli.
«Sentirsi soli nel cuore della community. È il paradosso dei ragazzi social: più ore passano online e più aumenta la probabilità di sperimentare una condizione di isolamento.» — S&H Magazine, febbraio 2026
Il caso Instagram e le responsabilità istituzionali
Il 12 febbraio 2026, Adam Mosseri, responsabile di Instagram, ha testimoniato davanti al tribunale civile di Los Angeles nel contesto di un procedimento civile legato all'impatto psicologico della piattaforma su giovani utenti. Il caso di Kaley G.M., che ha documentato una spirale di autodisistima, ansia sociale e depressione correlata all'uso compulsivo di Instagram, ha riacceso il dibattito sulle responsabilità legali e morali delle piattaforme nei confronti delle fasce vulnerabili della popolazione.
Documenti interni di Meta avevano già evidenziato la correlazione tra l'uso di determinati filtri e l'aumento di comportamenti ansiosi o depressivi, specialmente nelle adolescenti. La valutazione di questi rischi si era scontrata, nella cultura aziendale, con la pressione alla competitività commerciale. Questo caso segna un precedente giuridico potenzialmente rilevante per la regolamentazione dei social media a livello internazionale.
L'eredità della pandemia: la solitudine strutturale
Il Covid-19 ha funzionato da catalizzatore di processi già in atto. L'isolamento prolungato ha impresso modificazioni cognitive e comportamentali significative, in particolare nei giovani adulti che si trovavano in fasi cruciali di sviluppo relazionale. La ricerca pubblicata da Respira.re (febbraio 2026) descrive una «pandemia della solitudine» i cui effetti continuano a manifestarsi con chiarezza crescente: aumento dell'ansia sociale, dipendenza dalle interazioni digitali, riduzione della capacità di tollerare l'incertezza relazionale nei contesti fisici.
Strategie di intervento: dalla clinica alla policy
Affrontare questa crisi richiede un approccio multilivello. A livello clinico, le terapie cognitivo-comportamentali (CBT) hanno dimostrato efficacia nella gestione dell'ansia sociale e nella ristrutturazione dei pensieri disfunzionali. A livello istituzionale, università e scuole superiori devono sviluppare programmi di supporto psicologico accessibili, ridurre lo stigma associato alla richiesta di aiuto e integrare l'educazione emotiva nei curricula.
A livello politico, la regolamentazione dei social media, in particolare per quanto riguarda l'accesso dei minori e la progettazione degli algoritmi, è diventata una priorità in molti Paesi. L'obiettivo non è eliminare le piattaforme digitali dalla vita dei giovani, ma promuovere un uso consapevole e qualitativo del tempo online, distinguendo tra connessione significativa e scrolling compulsivo.
La salute mentale dei giovani non è un tema che riguarda solo la medicina o la psicologia: è una questione di investimento sociale, di governance tecnologica e di scelte politiche. Il benessere psicologico delle nuove generazioni condiziona la produttività futura, la coesione sociale e la qualità della democrazia. Ignorarla ha un costo, individuale e collettivo, che le società contemporanee non possono permettersi.