Le tensioni geopolitiche e il rialzo dei prezzi del petrolio stanno esercitando nuove pressioni sui mercati asiatici, che nelle ultime settimane hanno registrato una fase di correzione. Dall’inizio del conflitto con l’Iran a fine febbraio, diversi mercati della regione hanno perso tra il 9% e il 15% in termini di dollaro statunitense, riflettendo in parte un processo di “momentum unwinding”, con hedge fund e investitori tattici che stanno riducendo l’esposizione dopo i forti rialzi precedenti.
Le borse che avevano registrato le performance migliori negli ultimi mesi sono state infatti anche quelle che hanno subito i ribassi più marcati. In questo contesto, il mercato di Hong Kong ha mostrato una maggiore tenuta, con un calo intorno al 4%, mentre le azioni domestiche cinesi – le cosiddette A-share – hanno registrato una flessione molto più contenuta, intorno al 2%.
Un elemento chiave per comprendere la dinamica dei mercati asiatici in questa fase è l’andamento del prezzo del petrolio. Storicamente, livelli superiori agli 80 dollari al barile hanno rappresentato un fattore negativo per la regione. Negli ultimi vent’anni si sono verificati tre episodi significativi – nel 2008, tra il 2011 e il 2012 e nel 2022 – in cui un rialzo sostenuto del petrolio oltre questa soglia ha coinciso con un calo dell’indice azionario Asia ex-Japan. Inoltre, anche quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a scendere, i mercati azionari asiatici hanno continuato a correggere per alcuni mesi prima di trovare un punto di stabilizzazione.
Il contesto attuale presenta diverse similitudini con queste fasi precedenti. Oltre all’aumento dei prezzi dell’energia, il conflitto in Medio Oriente sta causando anche dislocazioni nelle rotte commerciali marittime. Molte compagnie di navigazione stanno infatti modificando i percorsi delle proprie navi, allungando i tempi di trasporto di circa 10-15 giorni e aumentando i costi di carburante fino a circa un milione di dollari per viaggio. Questo fenomeno rischia di generare ulteriori pressioni inflazionistiche nella regione e di peggiorare i saldi delle partite correnti di diversi Paesi asiatici, esercitando allo stesso tempo pressione sulle valute locali.
Alcune economie risultano particolarmente esposte a questo scenario. Paesi come India, Thailandia e Filippine dipendono fortemente dalle importazioni di energia e sono quindi più vulnerabili a un petrolio stabilmente sopra gli 80 dollari al barile. Anche per questo motivo, molte valute asiatiche hanno mostrato segnali di indebolimento dall’inizio della crisi.
La Cina, tuttavia, presenta alcune caratteristiche che la rendono relativamente più resiliente in questa fase. Da un lato, il Paese dispone di ampie riserve strategiche di petrolio, che possono contribuire ad attenuare l’impatto di eventuali shock energetici. Dall’altro, il mercato domestico delle A-share è fortemente guidato dalla liquidità interna e dalla partecipazione degli investitori retail cinesi, rendendolo meno sensibile ai cambiamenti nel sentiment globale rispetto ad altri mercati asiatici o alle azioni quotate a Hong Kong.
Guardando avanti, molto dipenderà dall’evoluzione delle tensioni geopolitiche e dall’andamento dei prezzi del petrolio. Una rapida risoluzione del conflitto potrebbe portare a un calo altrettanto rapido delle quotazioni energetiche e favorire un rimbalzo significativo dei mercati asiatici. In caso contrario, il contesto potrebbe rimanere volatile ancora per qualche tempo.