Energia, geopolitica e transizione: il mondo che cambia arriva anche alle Canarie

Scritto il 29/04/2026
da Redazione | Economia

C'è un filo che lega i blackout a rotazione in Pakistan, le trivelle al largo delle coste sudamericane e le stazioni di ricarica che stanno lentamente punteggiando le strade di Las Palmas e Santa Cruz de Tenerife. È il filo di una crisi energetica globale che non si è ancora esaurita e che, secondo George Cotton, portfolio manager del JSS Transition Enhanced Commodities fund di J. Safra Sarasin, sta ridisegnando strutture e strategie dei mercati con una velocità che nessuno si aspettava.

Il conflitto in Medio Oriente ha funzionato da acceleratore. I governi occidentali hanno risposto come sanno fare meglio in prossimità delle elezioni: sussidi, tetti al prezzo dell'energia, misure tampone. Niente di strutturalmente nuovo rispetto al 2022, quando i mercati europei vacillavano sotto il peso delle conseguenze della guerra in Ucraina. Ma sotto la superficie, qualcosa di più profondo si sta muovendo.

In Pakistan, la carenza di gas naturale liquefatto ha lasciato intere città al buio a orari alterni. La risposta dei cittadini non si è fatta attendere: sui tetti di Karachi e Lahore sono sbocciati pannelli solari come funghi dopo la pioggia, e l'effetto domino è stato tale da affossare i grandi progetti carboelettricil, improvvisamente antieconomici. Cotton legge in questo un segnale forte: se la crisi dovesse prolungarsi, l'adozione del solare in tutta l'Asia potrebbe accelerare in modo difficilmente reversibile, proprio nel momento in cui Pechino sta cominciando a mettere un freno alla sovrapproduzione di moduli fotovoltaici.

L'altra grande novità riguarda la mobilità. I veicoli ibridi plug-in e le auto elettriche ad autonomia estesa — prodotti soprattutto in Cina a costi sempre più accessibili — stanno conquistando spazi nei mercati emergenti che i veicoli elettrici puri non sono mai riusciti a toccare. Il motivo è banale quanto decisivo: in paesi dove la rete elettrica è instabile, un'auto che si porta dietro il proprio generatore è una risposta concreta a un problema quotidiano.

Tutto questo non riguarda solo l'Asia o l'America Latina. Le Isole Canarie, che da anni inseguono l'obiettivo di una transizione energetica completa — con Lanzarote ed El Hierro a fare da laboratorio continentale — si trovano al centro di queste dinamiche. L'arcipelago dipende ancora in larga misura da combustibili fossili importati via mare, e ogni scossa ai mercati globali dell'energia si traduce in bollette più salate e costi logistici più alti. Ma è anche vero che la combinazione di sole abbondante, vento costante e una comunità sempre più sensibile alla sostenibilità rende le Canarie un terreno fertile per l'accelerazione che Cotton descrive.

Sul fronte della produzione tradizionale, il quadro è meno ottimista. I produttori nordamericani di shale oil si trovano bloccati non da mancanza di petrolio, ma da infrastrutture di trasporto insufficienti, da rigide norme sullo smaltimento delle acque reflue e dai costi colossali di un'espansione rapida. Nel frattempo, Brasile, Guyana e diversi paesi asiatici stanno riscoprendo l'offshore: piattaforme e giacimenti in mare aperto che per anni erano rimasti ai margini tornano oggi al centro dei piani industriali, spinti da prezzi del greggio che rendono quei progetti di nuovo redditizi.

Il risultato è un mercato energetico in bilico tra l'urgenza del presente e la direzione del futuro. Le Canarie, con la loro doppia identità di territorio europeo nel cuore dell'Atlantico e di arcipelago esposto alle fluttuazioni globali, hanno tutto l'interesse a seguire questa transizione da protagoniste, e non soltanto da spettatori.


Fonte: analisi di George Cotton, portfolio manager del JSS Transition Enhanced Commodities fund, J. Safra Sarasin.