Giugno si avvicina, e con lui la scadenza per il recepimento della Direttiva europea sulla trasparenza retributiva. Ma tra le palme di Tenerife e le spiagge di Gran Canaria, nelle cucine degli hotel e negli uffici di Santa Cruz, la maggior parte dei lavoratori non sa ancora cosa cambierà — o che qualcosa stia per cambiare.
È uno scenario che non sorprende, guardando i dati. Secondo la ricerca HR & Payroll Pulse 2026 condotta da SD Worx — principale fornitore europeo di soluzioni HR e payroll — su oltre 16.500 lavoratori in sedici Paesi, sei italiani su dieci dichiarano di non conoscere la nuova normativa. E se questo è il livello di consapevolezza in un Paese che della questione ha fatto un tema pubblico, si può facilmente immaginare cosa succeda nelle Canarie, arcipelago dove il mercato del lavoro è dominato da settori ad alta stagionalità come il turismo e la ristorazione, tradizionalmente penalizzati sul fronte dell'equità salariale.
La Direttiva UE sulla Pay Transparency nasce con un obiettivo preciso: obbligare le aziende a rendere pubbliche le fasce salariali, garantire ai dipendenti il diritto di conoscere i criteri con cui vengono stabilite le retribuzioni e colmare finalmente il gender pay gap che in Europa — e nelle Isole Canarie non fa eccezione — continua a pesare soprattutto sulle lavoratrici. Ma tra le buone intenzioni del legislatore e la realtà quotidiana di chi timbra il cartellino ogni mattina c'è ancora una distanza enorme.
La ricerca di SD Worx illumina questo divario con numeri che fanno riflettere. Solo il 32% dei lavoratori percepisce un impegno reale da parte della propria azienda nel monitorare e correggere le disuguaglianze salariali. Tra le donne, quella percentuale scende al 26%, uno dei dati più bassi in tutta Europa. Nelle microimprese — che alle Canarie rappresentano la spina dorsale dell'economia, tra negozi di vicinato, ristoranti a gestione familiare e piccole strutture ricettive — il problema è ancora più acuto: appena il 6% delle aziende sotto i cento dipendenti mette a disposizione strumenti concreti per rendere comprensibili le proprie politiche retributive.
Eppure i lavoratori ci tenono, e molto. Il 59% degli italiani intervistati considera la trasparenza salariale un fattore importante nella scelta del datore di lavoro. La percentuale sale al 62% tra le donne e al 64% tra chi lavora nelle microimprese. Non si tratta di una preferenza astratta: è una richiesta concreta, che le aziende canarie farebbero bene a intercettare se vogliono attrarre e trattenere personale qualificato in un mercato del lavoro sempre più competitivo.
Il settore turistico delle Isole Canarie — primo motore economico dell'arcipelago, capace di generare quasi un terzo del PIL regionale e di impiegare centinaia di migliaia di persone — è anche quello dove le disparità salariali si manifestano con maggiore evidenza: contratti stagionali, differenze tra reparti, distanze retributive tra generi che raramente vengono discusse apertamente. La direttiva europea, se applicata davvero, potrebbe segnare una svolta. Ma solo se le aziende smettono di considerarla un adempimento burocratico e iniziano a trattarla come quello che è: un investimento nella fiducia, nella coesione e nella reputazione del luogo di lavoro.
Come ricorda Chiara Valdata, People Director di SD Worx Italy: "Superare una logica di mera compliance significa costruire una politica retributiva credibile, sostenibile e orientata alla fiducia, in cui le persone si sentono trattate realmente in modo equo." Parole che suonano come un invito rivolto a tutto il tessuto produttivo europeo — Canarie comprese.