L'AI sa già chi sei: il futuro della profilazione predittiva tra consenso e controllo

Scritto il 05/06/2026
da Redazione

Esiste uno studio che dovrebbe farci riflettere ogni volta che premiamo un "mi piace" su un social network. Pubblicato dall'Università di Cambridge nel 2015 sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), la ricerca coordinata da Michal Kosinski dimostrava qualcosa di scomodo: con soli 10 like, un sistema di intelligenza artificiale riusciva a tracciare un profilo psicologico dell'utente più accurato di quello disegnato da un semplice conoscente. Con 70 like, superava amici e colleghi. Con 150 like, batteva i familiari più stretti. Con 300 like, conosceva quella persona meglio di quanto la conosca il suo stesso compagno o compagna di vita. Erano i dati del 2015. Oggi, nel giugno 2026, quell'algoritmo sembra preistoria.

Il punto non è solo tecnico. È politico, economico, sociale. Ogni giorno cediamo informazioni su noi stessi senza avere la minima percezione del loro valore reale. Un'interazione su una piattaforma, una ricerca su un motore, un acquisto tracciato, una pausa prolungata su un contenuto video: tutto alimenta modelli predittivi sempre più sofisticati, capaci non solo di descriverci ma di anticipare le nostre scelte, i nostri stati d'umore, persino le nostre vulnerabilità.

Il futuro prossimo in cui ci troviamo già immersi porta questa logica a un livello superiore. Secondo il rapporto AI Index 2025 pubblicato dalla Stanford University, i modelli linguistici e predittivi stanno raggiungendo capacità di inferenza comportamentale che fino a tre anni fa erano considerate irraggiungibili nel breve periodo. Le aziende tecnologiche stanno integrando questi sistemi non solo nel marketing, ma nei servizi sanitari, nelle piattaforme educative, nei sistemi di credito e persino nelle procedure di selezione del personale. La profilazione non è più uno strumento pubblicitario: è diventata un'infrastruttura invisibile che orienta opportunità e limitazioni nella vita concreta delle persone.

Quello che preoccupa gli esperti di etica digitale non è soltanto l'uso commerciale di questi dati, ma la velocità con cui la tecnologia supera la capacità regolatoria degli stati. L'Unione Europea ha approvato l'AI Act, entrato pienamente in vigore nel 2025, che classifica certi usi dell'AI come ad alto rischio e impone vincoli precisi. Ma l'applicazione concreta resta una sfida aperta. Le piattaforme globali operano in giurisdizioni multiple, i dati viaggiano senza frontiere e i modelli più potenti vengono addestrati su scala che sfugge a qualsiasi audit tradizionale.

Nel prossimo triennio, secondo le proiezioni del World Economic Forum contenute nel report Future of Jobs 2025, l'espansione dell'AI generativa e predittiva toccherà ogni settore produttivo. Ma l'effetto collaterale meno discusso è questo: più i sistemi diventano bravi a conoscerci, più cresce il divario tra chi controlla quella conoscenza e chi ne è semplicemente oggetto. Noi utenti, nella stragrande maggioranza dei casi, apparteniamo alla seconda categoria, spesso senza saperlo e senza averlo scelto consapevolmente.

La domanda che il prossimo futuro pone non è se l'AI ci conoscerà ancora meglio. Lo farà, questo è certo. La domanda è chi deciderà cosa farne di quella conoscenza, e se avremo ancora voce in capitolo.


Fonti: Kosinski et al., "Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior", PNAS, 2015; Stanford University, AI Index Report 2025; World Economic Forum, Future of Jobs Report 2025; Regolamento UE sull'Intelligenza Artificiale (AI Act), 2024.