Chi guadagna e chi perde dall’arrivo dei remote worker nelle Canarie

Scritto il 09/06/2026
da Redazione

Il flusso crescente di professionisti che lavorano a distanza sta trasformando in profondità l’economia delle Isole Canarie. Il rapporto trimestrale dell’Istituto Canario di Statistica (ISTAC) pubblicato a febbraio 2026 registra 13 800 remote worker iscritti al regime “Non‑habitual resident”, una crescita del 37 % rispetto al 2022. Questi nuovi residenti iniettano nella regione più di 1,2 miliardi di euro all’anno, ma la loro presenza crea anche effetti di pressione su settori tradizionali.

Chi guadagna? I dati del Ministero del Turismo mostrano che la spesa media settimanale di un remote worker è di 1 250 euro, quasi il doppio di quella di un turista convenzionale. Tale capacità di consumo alimenta la ristorazione (incremento del 28 % dei ricavi da aprile 2024 a marzo 2026, secondo l’ISTAC), il mercato immobiliare di medio‑termine (affitti medi passati da 560 a 770 euro al mese) e i servizi di cowork‑ing, che hanno visto un aumento delle sedi operative da 12 nel 2022 a 27 nel 2025, con un investimento complessivo di 95 milioni di euro, finanziato in parte dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR). Le aziende di tecnologie emergenti, soprattutto quelle specializzate in intelligenza artificiale, cybersecurity e sviluppo di software, hanno beneficiato dell’accesso a un bacino di talenti altamente qualificati; l’Associazione Spagnola di Start‑up (ASO) riporta che il valore totale delle raccolte di capitale per start‑up canarie è passato da 340 milioni di euro nel 2022 a 520 milioni nel 2025.

Chi perde? Il boom abitativo ha innescato una crisi dei costi per i residenti di lunga data. L’Autorità di Gestione delle Risorse Abitative (AGRA) indica che, dal 2022 al 2025, il costo medio dell’affitto per famiglie a basso reddito è salito del 32 %, riducendo la quota di reddito disponibile destinata all’alloggio dal 31 % al 44 %. Le piccole imprese del commercio locale, come negozi di alimentari e artigiani, hanno registrato una flessione delle vendite del 9 % nello stesso periodo, perché i consumatori con reddito più alto tendono a preferire supermercati di catena e ristoranti di fascia medio‑alta. Parallelamente, il settore agricolo sta subendo la perdita di terreni tradizionalmente destinati alla coltivazione: le autorità agrarie segnalano che il 15 % dei terreni agricoli di Gran Canaria è stato convertito in strutture per affitti brevi o in complessi residenziali per remote worker.

Quali scenari si profilano per il futuro? Gli economisti del Centro di Ricerca Economica di La Laguna, citati in un’audizione al Parlamento spagnolo a giugno 2026, delineano tre possibili evoluzioni.

Scenario ottimista: le politiche di contenimento degli affitti (un tetto del 5 % annuo approvato a fine 2025) e l’espansione di micro‑alloggi a prezzi accessibili (2 000 unità previste entro il 2028, finanziate da fondi UE) permetterebbero di mantenere il vantaggio competitivo delle Canarie per i remote worker, generando un incremento medio annuo del 2,6 % del PIL regionale e creando 10 000 nuovi posti di lavoro qualificati entro il 2031.

Scenario prudente: se la pressione abitativa non venisse alleviata, il costo della vita potrebbe crescere del 12 % entro il 2029, spingendo parte dei professionisti a destinazioni più economiche (Malta, Madeira). Il risultato sarebbe una crescita più contenuta del 1,1 % annuo del PIL e una perdita di circa 200 milioni di euro di investimento privato.

Scenario di stallo: l’assenza di un quadro normativo coerente combinato a una crescita incontrollata dei prezzi immobiliari potrebbe determinare una fuga di capitale umano e una riduzione di 15 % delle nuove start‑up entro il 2028, con ripercussioni negative sul mercato del lavoro e sui bilanci comunali.

In sintesi, i remote worker rappresentano una fonte di ricchezza immediata per il settore dei servizi, l’immobiliare di medio‑termine e l’ecosistema tecnologico delle Isole Canarie. Tuttavia, senza misure di mitigazione dei costi abitativi e di tutela dell’agricoltura locale, la stessa dinamica rischia di accentrare i benefici in pochi settori, lasciando indietro le famiglie a reddito medio‑basso e le micro‑imprese tradizionali. L’equilibrio tra crescita economica e coesione sociale dipenderà dalla capacità delle istituzioni di tradurre le intenzioni di politica pubblica in azioni concrete nei prossimi mesi.