La nuova aristocrazia della lettura: quando leggere un libro diventa un privilegio di classe

Scritto il 06/07/2026
da Redazione

 

Sintesi: I grandi patron del tech blindano i figli dagli schermi e investono in scuole senza device. Intanto la lettura sparisce tra la gente comune. La forbice cognitiva si allarga, silenziosa e inesorabile.


C'è qualcosa di profondamente contraddittorio, quasi ironico, in quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Bill Gates ha impedito ai propri figli di avere uno smartphone prima dei quattordici anni. Tim Cook, l'uomo che ogni anno vende circa un miliardo di iPhone nel mondo, ha dichiarato pubblicamente di non permettere al nipote di toccare i social media. Evan Spiegel, fondatore di Snapchat, una delle piattaforme progettate per massimizzare il tempo che gli utenti trascorrono incollati allo schermo, concede ai suoi bambini non più di un'ora e mezza di utilizzo settimanale dei device. E nel cuore pulsante della Silicon Valley esiste una scuola chiamata Waldorf of the Peninsula, frequentata dai figli di dipendenti e dirigenti di Google, Apple e altre grandi aziende tecnologiche, dove non esistono lavagne digitali, tablet o smartphone. Solo carta, gessetti, libri fisici e tempo per pensare. Le rette sono altissime. Chi le paga sa esattamente cosa sta comprando.

Questa non è una curiosità da rotocalco. È una delle fotografie più nitide di ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni su scala globale. Perché mentre l'élite tecnologica costruisce muri attorno alla capacità di concentrazione dei propri figli, proteggendola come un bene raro, la narrativa dominante che raggiunge tutti gli altri racconta una storia diversa: che leggere a lungo sia antiquato, che l'intelligenza artificiale possa pensare al posto tuo, che la sintesi da trenta secondi valga quanto il libro da trecento pagine. Secondo i dati del Pew Research Center aggiornati al 2025, la percentuale di adulti americani che dichiara di non aver letto nemmeno un libro nell'ultimo anno ha raggiunto il ventitre percento, il valore più alto mai registrato dall'istituto. In Europa il trend è simile. In Italia, i rapporti annuali dell'ISTAT segnalano che meno del quaranta percento della popolazione legge almeno un libro all'anno.

Il meccanismo è antico quanto il potere. Per millenni saper leggere è stato un privilegio riservato a pochissimi: chi controllava l'accesso al sapere controllava l'accesso al potere. Poi, tra il diciottesimo e il ventesimo secolo, l'alfabetizzazione di massa ha redistribuito quella capacità in modo più orizzontale. Oggi qualcosa sta invertendo lentamente quella direzione, ma con strumenti nuovi e più sottili. Non si vieta la lettura. Si rende semplicemente difficile concentrarsi abbastanza a lungo da portarla a termine. Le notifiche, le piattaforme costruite su meccanismi di ricompensa variabile, i feed infiniti progettati da team di ingegneri comportamentali: tutto concorre a erodere quella soglia di attenzione che leggere un libro intero richiede e, allo stesso tempo, allena.

L'impatto sul mondo dell'intelligenza artificiale è diretto e misurabile. I modelli linguistici di ultima generazione vengono addestrati su enormi quantità di testo scritto, ma chi li usa senza saper leggere in profondità tende a consumarne gli output in modo passivo, senza la capacità critica di verificarli, contestualizzarli o interrogarli. Il rischio, segnalato anche dal World Economic Forum nel suo Future of Jobs Report 2025, è una polarizzazione cognitiva: da un lato chi usa l'AI come amplificatore del proprio pensiero critico, dall'altro chi la usa come sostituto. La differenza la fa esattamente quella capacità di lettura profonda che i patron della Silicon Valley stanno comprando per i propri figli a prezzo di rette scolastiche da capogiro.

Ogni pagina letta fino in fondo è quindi qualcosa di più di un atto culturale. È una forma di resistenza silenziosa a un processo di concentrazione del potere cognitivo che procede, metodico, un algoritmo alla volta.