C'è un'isola, in mezzo all'Atlantico, dove il vino non ha mai smesso di essere una forma di lettura del paesaggio. È quanto emerso a giugno a Puerto de la Cruz, durante la prima edizione dell'Island Wines Summit, il congresso dedicato ai vini insulari organizzato da Vocento Gastronomía con il sostegno del Cabildo di Tenerife, che ha riunito alcuni dei nomi più influenti dell'enologia mondiale — dal Master of Wine Fernando Mora a Josep Roca, Paz Levinson, Pascaline Lepeltier, Jamie Goode e François Chartier.
Il dato di partenza è impressionante: Tenerife concentra circa il 65% della superficie vitata di tutte le Canarie e custodisce un patrimonio vegetale che in gran parte d'Europa è scomparso da tempo. Le viti dell'isola sono infatti a piede franco, cioè mai innestate, perché la fillossera — il parassita che devastò i vigneti continentali nell'Ottocento — non è mai arrivata su questo arcipelago vulcanico. Il risultato è un museo vivente della viticoltura: ceppi centenari, sistemi di allevamento unici al mondo come il cordone intrecciato della Valle de La Orotava, capace di far correre un singolo tralcio per metri come un lungo serpente vegetale, oppure gli emparrados del nordovest, i parrales bassi del nordest e i vasi austeri delle quote alte del sud.
A rendere tutto questo possibile è una geografia estrema. Il Teide, che sfiora i 3.718 metri, agisce da scudo climatico e crea fino a cinque zone climatiche diverse sull'isola: versanti piovosi e altri aridi, esposti agli alisei o protetti da essi. Le vigne si arrampicano tra i 400 e i 1.600 metri di quota, su suoli poveri e drenanti fatti di basalto, cenere, pomice e lapilli, che cambiano radicalmente da una comarca all'altra. Coltivare qui significa negoziare ogni anno con il vento, la pendenza e la scarsità d'acqua: una vera e propria forma di alpinismo agricolo.
La storia aggiunge fascino alla materia. Dopo la conquista castigliana, Tenerife divenne rapidamente terra di vite, e già a inizio Cinquecento si registra la prima vendemmia documentata. Nel XVI e XVII secolo il celebre "Canary Wine" — una malvasia dolce e generosa — conquistò le tavole inglesi al punto da essere citato più volte da Shakespeare. Garachico, sulla costa nordoccidentale, era uno dei porti chiave da cui partivano le spedizioni verso Londra e le colonie americane, tanto che nel 1666 i produttori locali arrivarono a svuotare i magazzini dei mercanti britannici in un celebre atto di protesta contro i loro abusi. Il declino arrivò con la concorrenza di Madeira e Porto e, soprattutto, con l'eruzione del vulcano di Trevejo nel 1706, che seppellì il porto di Garachico sotto le colate laviche.
Oggi Tenerife vive una rinascita silenziosa, guidata da una manciata di cantine che negli ultimi decenni hanno scelto di valorizzare la differenza invece di imitare i vini continentali: Viñátigo, con il lavoro pionieristico di Juan Jesús Méndez sul recupero delle varietà autoctone; Suertes del Marqués, nella Valle de La Orotava, dove Jonatán García Lima ha rivelato la finezza floreale del Listán Negro; ed Envínate, con Roberto Santana, tra i progetti più seguiti dagli appassionati di vino naturale nel mondo.
Il ventaglio varietale resta straordinario: tra i bianchi dominano il Listán Blanco, la Malvasía Aromática, il Gual, il Vijariego Blanco, l'Albillo Criollo e il Marmajuelo; tra i rossi, oltre al Listán Negro, si trovano il Negramoll, il Baboso Negro e la Tintilla. Cinque le denominazioni di origine dell'isola: Tacoronte-Acentejo, Valle de La Orotava, Ycoden-Daute-Isora, Valle de Güímar e Abona, ciascuna con un carattere distinto, dai bianchi salini e freschi del nord ai rossi vulcanici e speziati del sud.
Non mancano le difficoltà: minifondio, abbandono dei terreni più difficili da lavorare, scarsità di manodopera, pressione urbanistica e cambiamento climatico mettono a rischio un patrimonio che, come è stato ricordato durante il summit, non può reggersi sulla sola retorica del paesaggio senza garantire un reddito dignitoso a chi pota, lavora e vendemmia a mano su pendii quasi verticali. Per chi visita l'isola, però, resta un'esperienza imperdibile: un bicchiere di Listán Blanco freddo accanto a un piatto di pesce o di papas arrugadas, guardando il mare, con il Teide che veglia silenzioso sullo sfondo.