Mercoledì scorso, mentre più di duemila professionisti da novanta paesi si ritrovavano a Las Palmas de Gran Canaria per l'apertura del Seatrade Cruise Med 2026, la presidente dell'Autoridad Portuaria, Beatriz Calzada, ha detto una cifra che vale la pena fermarsi a leggere due volte: diciotto per cento. È la crescita del traffico crocieristico che i porti della provincia di Las Palmas si aspettano per la prossima stagione, la stessa registrata nell'anno appena concluso.
Non è un numero isolato. Tra gennaio e giugno di quest'anno, Las Palmas e Santa Cruz de Tenerife hanno accolto insieme oltre 2,3 milioni di crocieristi, più di uno su tre tra quelli sbarcati in tutta la Spagna, secondo i dati di Puertos del Estado. Il Puerto de Las Palmas è arrivato a 1.300.770 passeggeri, il 9,6% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; quello di Santa Cruz ne ha contati 1.000.417, con un balzo del 10,2%. Nel resto della Spagna, nello stesso semestre, la crescita si è fermata all'1,8%.
C'è poi un fattore che nessuna previsione portuale aveva messo in conto fino a poco tempo fa: la tensione in Medio Oriente e i problemi di sicurezza nel Mar Rosso stanno spingendo diverse compagnie a rivedere gli itinerari abituali. Attraverso l'operatore Global Ports, varie navi da crociera hanno già preso contatti con gli scali canari per valutare un riposizionamento delle proprie flotte. Se questo si tradurrà in realtà, la crescita prevista per le prossime stagioni potrebbe superare persino le stime attuali.
Calzada ha ricordato che la programmazione del 2027 è già chiusa e che le compagnie stanno vendendo pacchetti per il 2028: un settore che si muove con anni di anticipo e che, quando cambia rotta, lo fa lentamente ma in modo difficile da invertire. Ha parlato anche del nuovo terminal di Las Palmas, che secondo lei è il più grande d'Europa per dotazioni di efficienza energetica, e ha chiesto che la crescita dei passeggeri si traduca in un beneficio più ampio per l'economia locale, coinvolgendo il tessuto imprenditoriale delle isole.
Ma il dato che accompagna ogni stagione di crescita è un altro: file di taxi introvabili nelle vie del centro nei giorni con più navi attraccate, codeer agli accessi dei terminal, quartieri commerciali che si riempiono di colpo per poi svuotarsi in poche ore. Sono scene ormai familiari sia a Las Palmas de Gran Canaria sia a Santa Cruz de Tenerife, e alimentano un dibattito che nell'arcipelago si fa sempre più acceso: qual è la capacità reale delle due città di assorbire questi flussi senza intaccare la qualità della vita di chi ci abita.
Altri porti hanno scelto una strada diversa. Barcellona, il principale scalo crocieristico d'Europa, ha deciso di limitare la propria capacità concentrando tutta l'attività su un solo molo e alzando la tassazione su alcune categorie di scali. Palma di Maiorca ha optato per un accordo con le compagnie che regola gli arrivi e distribuisce meglio i flussi. Le Canarie, per ora, restano ferme sulla strategia opposta: consolidare le crociere come uno dei motori dell'economia insulare, anche a costo di dover gestire una pressione crescente sui servizi pubblici.
L'episodio della nave Hondius, la scorsa primavera, aveva già mostrato quanto il tema possa diventare delicato: bastò l'ipotesi di uno sbarco eccezionale legato a un'emergenza sanitaria perché il consenso attorno all'attività crocieristica vacillasse. Oggi che i numeri tornano a salire e nuove rotte bussano alla porta dell'arcipelago, la domanda che si fanno in molti alle Canarie non è più solo quanti passeggeri arriveranno, ma come le due capitali dell'isola riusciranno a reggerne il peso.