“Bella Ciao”: tra resistenza, Netflix e Oktoberfest

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“Bella Ciao”: tra resistenza, Netflix e Oktoberfest

Proprio in questi giorni si chiude l’edizione 2018 dell’Oktoberfest di Monaco: la festa della birra che per due settimane ospita oltre 6 milioni di visitatori. La canzone ufficiale quest’anno è stata niente meno che “Bella Ciao”.

Ci troviamo di fronte ad una nuova insurrezione? Birra per tutti? Resistenza a suon di luppolo? Poco probabile. La canzone simbolo della resistenza antifascista, che già veniva intonata nelle piazze di protesta di mezzo mondo, sta vivendo un momento di auge tra le giovani generazioni, grazie soprattutto al successo planetario che ha avuto la fiction spagnola della Netflix “Casa de Papel”, che ha utilizzato questa canzone come colonna sonora in alcuni momenti salienti. Ebbene sì, la canzone simbolo della resistenza è diventata un fenomeno pop, è diventata “virale”.

Milioni di visualizzazioni sui canali dedicati alla musica, svariati re-mix, dal Brasile, all’Arabia Saudita. La canzone durante il mese di maggio è stata tra le prime nella classifica Spotify global Viral (in quel mese era già stata riprodotta oltre 20 milioni di volte).

Il successo mediatico e commerciale va di pari passo con le proteste sociali che utilizzano il motivo nelle piazze, perché oggi, chi scende in piazza, è comunque un “consumatore digitale”.

Intonano questo inno i migranti bloccati nelle navi sul mediterraneo, mentre il calciatore brasiliano Pato canta “Bella Ciao” su Instagram, perché ha nostalgia dell’Italia .

Cantano “Bella Ciao” i gitani davanti all’ambasciata italiana di Madrid, per protestare contro la proposta di censimento dei Rom in Italia, mentre il calciatore tedesco Mario Goetze posta un video in cui canta la canzone, per superare una giornata storta. Protestano i bancari, in Argentina, facendo dell’inno alla resistenza uno slogan per l’aumento degli stipendi in banca.

In Turchia, Netflix gira un trailer promozionale per la seconda stagione de “La casa de papel”. Zero protesta, molto marketing. Ma la stampa vicina a Erdogan sembra non gradire questi uomini mascherati e vestiti di rosso, che camminano per le strade della città, mentre in sottofondo si sente “Bella Ciao”.

E in Italia, cosa succede? Inevitabile lo schieramento: chi si indigna per l’uso commerciale che si fa di questa canzone, chi non vede grossi drammi, ma solo l’evoluzione dei tempi, chi invece, ne approfitta per infilarci un remix e fare soldi. Certo è che il marketing musicale sembra aver fatto di “Bella Ciao” un vero e proprio brand. Naturalmente, in passato qualcuno aveva già avuto l’idea di usare questa canzone simbolo per scopi commerciali: la Coca-Cola.

Nel 2008 la società di Atlanta utilizzò la canzone per pubblicizzare un suo prodotto sul mercato messicano, la bibita Aquarius. Notevoli furono le reazioni contrarie, soprattutto da parte delle istituzioni italo-messicane a difesa del patrimonio culturale e linguistico dell’Italia. In realtà, più ci s’indignava, e più il prodotto vendeva. D’altra parte, se abbiamo fatto pubblicità con Cristo e Gandhi, perché scandalizzarsi per una canzone.

Ma perché “Bella Ciao” ha così tanto successo? Perché rapisce ed emoziona in modo così trasversale? Perché, tecnicamente parlando, è un perfetto “jingle”. Semplice, orecchiabile, facile da ricordare e ricantare distrattamente, con un ritornello carico di ottimismo, che con parole come bella, ciao, e libertà, cattura chiunque la ascolti. Perché combattere e morire per la propria libertà, è nelle aspirazioni di tutti, anche di chi si sveglia dopo aver dormito su un materasso in lattice.

Esistono decine di interpretazioni e rivisitazioni in chiave tecno, ska, folk rock. La più recente è forse quella cantata da Tom Waits in un album pubblicato quest’anno dal suo amico chitarrista Marc Ribot. Con quella voce roca così profonda e intensa, Tom Waits ne rallenta il ritmo, riportando la canzone indietro nel tempo, facendola diventare quasi blues, un canto per la libertà.

Francesca Passini

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