Chi era Qasem Soleimani? L’agente più potente del Medio Oriente

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Chi era Qasem Soleimani? L’agente più potente del Medio Oriente

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020, su ordine di Donald Trump, un raid statunitense ha colpito due auto vicino all’aeroporto di Baghdad, uccidendo otto persone, tra cui Abu Mahdi al Muhandis, capo di Kataib Hezbollah, ramo iracheno del “Partito di Dio” e soprattutto Qassem Soleimani. Chi era  Qasem Soleimani? Quali sono le conseguenze della sua morte?


Famosamente descritto dall’ex ufficiale della CIA John Maguire come “Il singolo agente più potente in Medio Oriente”, Qassem Soleimani è nato da una famiglia della classe operaia rurale l’11 marzo 1957 nel distretto di Rabor, nella provincia sud-orientale di Kerman.

Su Qassem Soleimani si è scritto molto nel corso degli ultimi dieci anni, sebbene buona parte questa narrativa sia stata caratterizzata dallo stereotipo che lo ha caratterizzato come un ultra-radicale, fanatico e soprattutto come sostenitore del terrorismo internazionale. La figura del generale Soleimani è stata in realtà ben diversa e soprattutto ben più complessa da quella descritta dai suoi detrattori. Fortemente pragmatico, il generale ha incarnato più di ogni altro elemento delle forze armate iraniane il modello del nazionalista, diventando in breve tempo una figura leggendaria nel paese, soprattutto tra i più giovani. Stratega di grande capacità, Soleimani è stato senza dubbio il militare iraniano con la maggiore esperienza regionale e con la più spiccata capacità di analisi delle dinamiche internazionali. Aveva personalmente dialogato e negoziato con gli Stati Uniti in più occasioni nel corso del tempo, e di fatto rappresentava anche per Washington il più efficace argine contro il dilagare di quelle dinamiche che rappresentano in primis una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti[1].

Le origini

Nel 1979, quando Soleimani aveva ventidue anni, lo scià cadde in una rivolta popolare guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini in nome dell’Islam. Immerso nel fervore, Soleimani si unì alla Guardia Rivoluzionaria. Da giovane guardiano, Soleimani fu inviato nell’Iran nordoccidentale, dove aiutò a reprimere una rivolta da parte dei curdi. Nel 1980 Saddam Hussein ordinò all’esercito iracheno di attraversare il confine, sperando di sfruttare il caos interno. Invece, l’invasione consolidò la leadership di Khomeini e unificò il paese in resistenza, dando inizio a una guerra brutale e radicata. Soleimani fu mandato al fronte. “Eravamo tutti giovani e volevamo servire la rivoluzione”, ha affermato nel 2005[2]. Mise insieme un battaglione di combattenti della provincia di Kerman che in seguito si espanse in una brigata prima di diventare una divisione militare attiva conosciuta come la “41a Divisione Sarallah” (41st Tharallah Division). Soleimani si guadagnò la reputazione di coraggio ed eloquio, soprattutto a seguito di missioni di ricognizione che intraprese dietro le linee irachene.

Tornato a Kerman eseguì l’ordine di combattere i traffici di droga in quella zona, una delle più instabili dell’Iran a causa della forte presenza sunnita (nella quale rientrano i Beluci) e del narcotraffico. Nel 1997 fu nominato dall’allora capo dell’IRGC Yahya Rahim Safavi a guidare la Quds Force, un ramo d’élite delle Guardie rivoluzionarie formato nei primi anni ’80 e incaricato di operazioni all’estero nel Medio Oriente e oltre[3].

In un periodo di forte vulnerabilità della Repubblica islamica dell’Iran, la quale perdeva influenza in Afghanistan in seguito all’ascesa dei gruppi talebani, giocò un ruolo chiave nell’agosto del 1998, quando i talebani sunniti occuparono l’ambasciata dell’Iran a Mazari Sharif, uccidendo un giornalista e nove diplomatici iraniani.

La Forza Quds di Soleimani e i suoi partner paramilitari afgani, l’Alleanza del Nord, un fronte della milizia anti-talebana fondato dall’ex ministro della Difesa afghano Ahmad Shah Massoud, sono stati fondamentali per il successo dell’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2001[4].

La Forza Quds era piuttosto sconosciuta e oscura – almeno tra gli iraniani – fino all’invasione americana dell’Iraq nel 2003, che costrinse l’Iran a intervenire anche per ragioni strategiche, offrendo a Soleimani l’opportunità di esibire le sue capacità di leadership di guerra asimmetrica[5].

Ascesa al potere

Con un interesse strategico acquisito in Iraq e una presunta necessità di interrompere i piani di Washington nella regione, Teheran trasferì gradualmente l’autorità da diplomatici addestrati e funzionari pubblici a comandanti militari induriti dalla battaglia. Soleimani è stata la prima scelta della Repubblica islamica per questo tipo di operazioni.

Quello fu il suo momento nei corridoi iraniani del potere e, per estensione, nella politica regionale. In precedenza, il suo nome aveva attirato l’attenzione del pubblico in quanto firmatario di una nota lettera scritta da 24 comandanti dell’IRGC all’ex presidente riformista Mohammad Khatami dopo le proteste studentesche del 1999 a Teheran[6].

Nel marzo 2019, Soleimani è diventato il primo generale ad aver ricevuto la medaglia d’onore dell’Ordine di Zolfaghar (Zulfiqar)[7]. Il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, che ha definito “Haj Qassem” un “martire vivente ” e “il prezioso tesoro dell’Islam”, ha consegnato la medaglia al generale ucciso[8].

“Ho un rispetto speciale per il generale Soleimani”, ha osservato in più di un’occasione il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. “Sono oltre 20 anni che…

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