Diventiamo italiani quando ci confrontiamo con le reazioni delle persone del paese che ci ospita

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Diventiamo italiani quando ci confrontiamo con le reazioni delle persone del paese che ci ospita

Noi italiani ci metteremmo le mani tra i capelli. Sempre, costantemente. Per come non sappiamo gestire la “cosa pubblica”, perché nulla – in Italia – funziona.

Per come ogni giorno ci sia un prepotente pronto a farci un torto. Per come il fisco ci tartassa, per come nessuno rispetti le regole, per come la corruzione dilaghi, per come ormai ci siano solo mele marce

Per la delusione, per la rabbia e per l’illusione che ci spinge a lasciare il nostro paese, per provare a vivere altrove. Sentimenti di cui è importante comprendere la valenza nel processo di integrazione nel nuovo paese, sempre che si decida di integrarsi. Eppure, quando l’Italianità chiama, il cuore risponde. Tra la morte di Raffaella Carrà e la corsa verso il titolo di Campioni d’Europa, abbiamo passato un mese di luglio di rara intensità.

Un’intensità che ci è sembrata di ineguagliabile bellezza. Il senso di appartenenza fa sembrare il tuo branco il migliore, è improbabile che altrove non succeda la stessa cosa. Eppure, la nostra italianità, a volte sembra veramente fare la differenza.

Di Raffaella, di “Chiellinità” e di cose di casa nostra.

Dopo la vittoria degli Europei della squadra italiana (P.S.: ricordiamo che tutto il mondo ha tifato Italia, a parte l’Inghilterra), i tedeschi hanno coniato il termine “Chiellinigkeit” (traducibile con “Chiellinità”) per definire un atteggiamento di contrasto alle situazioni particolarmente stressanti. Uno stato d’animo di leggerezza, per non farsi schiacciare dalla tensione: ‘Lo spiega Claudio Rizzello, giornalista tedesco di origini italiane: “La verità è che vorremmo tutti essere come lui. Chiellini non è un difensore, ma uno stile di vita. Vedi tutto un po’ più liberamente. Sii un po’ divertente, un po’ serio, porta a termine il tuo lavoro nel miglior modo possibile, divertendoti il ​​più possibile”’ (ilprimatonazionale.it).

Che fossimo “dei simpaticoni”, era cosa nota, ma che questa leggerezza fosse anche la chiave per riuscire bene in ciò che si fa, rappresenta agli occhi degli altri un ulteriore riconoscimento: si può ridere, anche quando la situazione è maledettamente seria. E forse è proprio l’ironia quella cosa che ci manca di più, quando viviamo all’estero. Finalmente è sancito dai fatti, che ridere non solo fa bene, ma aiuta ad avere successo nella vita. Rendersene conto, avendo sempre vissuto in Italia, non è un meccanismo scontato. Lo diventa di più quando lasciamo il nostro paese e ci confrontiamo con le reazioni delle persone del paese che ci ospita.

Come spesso succede, è la distanza che ci aiuta a capire il valore di ciò che abbiamo lasciato. Si dice che la nostalgia distolga lo sguardo dalla realtà, ma una comprensione totale di ciò che siamo, sempre che ci interessi comprenderlo, arriva solo quando “diventiamo italiani”, e questo succede, quando lasciamo l’Italia. Fino a quel momento, siamo Marco, Giorgio, Luisa, siamo impiegati statali, liberi professionisti, milanisti piuttosto che interisti, di destra o di sinistra, panettone o pandoro. E poi, quando decidiamo di andarcene, solo allora, diventiamo italiani. È il confronto con gli altri a definirci. Nuova esperienza, nuove definizioni (e vecchi stereotipi). E poi, un giorno, Raffaella Carrà ci lascia. E proprio in Spagna, gli spagnoli, ci fanno comprendere quanta gioia di vita, quanta allegria e che ventata di libertà avesse significato la nostra Raffaella per la Spagna che usciva dal regime di Franco. E il dispiacere e la tristezza degli altri, a cui non eravamo preparati, ci fa capire quanta leggera bellezza abita in noi, e quanta leggera bellezza sappiamo anche condividere all’estero.

Poco tempo fa mi è capitato di sorridere davanti ad un mappamondo pubblicato sulla pagina Facebook di Marco Montemagno, che evidenza in blu i paesi i cui abitanti vorrebbero vivere in Italia (tutti i paesi del mondo), e in rosso il paese (uno solo), i cui abitanti, invece, non vorrebbero vivere in Italia.

Guarda caso, quel paese è proprio l’Italia. Sarebbero quindi solo gli italiani a non voler vivere in Italia? Migliaia i commenti a quel post, perché la pagina di Montemagno è molto seguita. Tra i commenti che sono riuscita a leggere senza stancarmi, un “botta-risposta” tra due italiani mi ha particolarmente colpito. Il primo scriveva: “BLU: persone che non sanno cosa significa vivere in Italia”, mentre il secondo rispondeva: ”ROSSO: persone che non sanno cosa significa vivere all’estero”.

Francesca Passini

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