Perdersi a Tenerife. Oggi è stata una bellissima giornata

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Perdersi a Tenerife. Oggi è stata una bellissima giornata

Oggi è stata una bellissima giornata, perché mi sono persa. O meglio, mi spiego: cercando un percorso alternativo per arrivare a una strada statale che conosco bene e dalla quale non mi sono mai discostata, perdendomi ho trovato un altro pezzetto di Tenerife.

Tenerife non l’isola delle vacanze al sud – che è concentrata in qualche grande centro impressionante e curatissimo, ma zero emozioni se non quando cala il sole col suo tuffo spettacolare nell’Atlantico – e nemmeno Tenerife del magico nord, perché allora mi sarei persa di svariate decine di chilometri salendo su su su, attraversando le foreste e il parco del Teide, e poi scendendo giù giù giù dalla parte opposta.

L’isola sembra piccola sulla carta geografica, ma poi è immensa e non ti spieghi come mai… Fatto sta che mi sono persa a Granadilla, pochi chilometri oltre quella cittadina nella quale ho abitato per più di due anni, San Isidro, e nella quale a prima vista avrei giurato di non voler vivere mai e per nessuna ragione… e poi – siccome mai dire mai è un detto sempre valido – le circostanze mi hanno portata a vivere proprio là, scoprendo prestissimo di starci magnificamente bene.

Insomma, a Granadilla ho percorso strade scoscese in una località che non si chiama “El Salto” per caso. Ho visto in lontananza il mare quasi viola, per contrasto al cielo di un azzurro così intenso e omogeneo da sembrare dipinto con un colore acrilico esagerato: non verosimile. Sotto a un sole implacabile, ho visto case dipinte di giallo, di verde, di rosa geranio. Oppure bianche e immacolate. E ho visto ruderi aggrappati alle rocce, tra le piante grasse: minuscole abitazioni senza il tetto, svuotate, scrostate e arse, alcune sostegno di bouganville vive e vegete, come se al trasloco definitivo da quelle vecchie casette non avessero partecipato per scelta: «Voi andate pure, noi restiamo. Ci piace qui.»

Le bouganville hanno di certo trovato anime buone che di tanto in tanto le innaffiano. Oppure, come accade all’isola, pochi chilometri più in alto rispetto ai paesi più grandi a mezza collina e affacciati all’oceano, il clima cambia: si fa più freddo e umido, e l’umidità le piante dell’arcipelago se la sanno dosare. Sanno farsela bastare, parsimoniose, sapendo di non sapere quando pioverà.

L’effetto d’insieme? Una sorta di “shabby” canario non pianificato, messo in posa così dalla natura e dal tempo. Nulla di studiato e nulla che non fosse bellissimo. Poi, orti. E di tanti vecchi orti solo lo spazio che avevano occupato tra i muretti a secco. Canari. Isolani che in quell’angolo di sud ho immaginato convivere con ogni genere di scomodità, ad arrancare per quelle stradine ora asfaltate, ma tutte in ripida salita e tutte in discesa, a rotta di collo.
Mi piacerebbe sapere di più riguardo all’isola di cent’anni fa. Ho già una bella raccolta di immagini, ma ora che con lo spagnolo me la cavo meglio potrò leggere, e cercherò.

Intanto, rincasando ho pensato che a volte devo proprio perdermi.

Mi devo perdere più spesso, in generale. Le strade sono tante, e la gabbia è aperta.

Cinzia Panzettini


foto wikiloc.com

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