Quando arrivava il Dottore. Dal “Laboratorio della Memoria Collettiva degli Italiani a Tenerife”

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Quando arrivava il Dottore. Dal “Laboratorio della Memoria Collettiva degli Italiani a Tenerife”

Tra il 1960 e il 1966 vennero girati ben 190 episodi del telefilm “Il Dottor Kildare” e il loro successo fu planetario. Naturalmente nessuno di noi ebbe un medico come Richard Chamberlaine, che fece innamorare tutte le nostre madri e nonne e che poi diventò “Padre Ralph” in “Uccelli di rovo” (altra cotta mondiale), ma l’importanza della figura del medico di famiglia, in quegli anni, le generazioni dell’immediato dopoguerra e degli Anni Sessanta la ricordano bene. Ancora oggi la frase, polemica “Non te mica l’ha ordinato il dottore!” dice quanto gli ordini del dottore non potessero venire mai aggirati.

Passava allora, attraverso la figura del medico di famiglia, ogni informazione di tipo sanitario, in modo semplice e poco ansiogeno. Di lì a poco sarebbero apparse sul mercato le prime enciclopedie mediche e, andando a cercare nell’indice il nostro sintomo, potemmo agevolmente scoprire di essere in fin di vita anche se avevamo i calli. Gli ipocondriaci negli Anni ’60 erano molto rari, perché erano veri ipocondriaci. Oggi la maggior parte di essi sono semplicemente persone ansiose che forse sanno troppo, mentre prima non si sapeva nulla.Io, ad esempio, ho scoperto on line che, a parte il gomito del tennista, ho tutto…

In quegli anni, mentre per gli adulti l’arrivo del Dottore era rassicurante, per noi bambini non era del tutto privo di timori. Implicava il rischio in caso di bronchiti batteriche, ad esempio, che in casa cominciasse a sobbolline in un apposito pentolino la siringa di vetro, insieme a un ago le cui dimensioni oggi ci farebbero scappare tutti a gambe levate. E se fosse andata bene, il supplizio della medicina amara sarebbe stato quasi garantito. Al momento di somministrarci quella cucchiaiata di fiele, la famiglia tentava azioni dapprima di mite convincimento, poi minacciava uno scapaccione. Venivamo tacciati di essere capricciosi dai nostri genitori che, alla nostra età, avevano dovuto buttar giù olio di fegato di merluzzo e olio di ricino, quindi non accettavano storie. «Bada che te le suono! Manda giù!» Dopo ci toccava il premio di un bicchiere di acqua e zucchero.
Il nostro dottore non era bello come Kildare: era un signore in paletot e cappello d’inverno e in giacca e cravatta per tutto il resto dell’anno. Raramente era una donna. Anzi: praticamente mai.

Nella sua valigetta, a parte forse il fonendoscopio e la fascia per rilevare la pressione, oggi credo sia cambiato parecchio. Per esaminarci la gola – operazione rimasta indispensabile e odiosa – serviva l’impugnatura fredda di un cucchiaio da tavola. Per misurarci la temperatura si usava il termometro di famiglia. Il Dottore ci faceva dire “trentatré” già allora – valore numerico invariato – ci provava i riflessi col martelletto e, momento di orrore, chiedeva apertamente ai presenti come facessimo la cacca. Noi abbassavamo gli sguardi contriti sul copriletto, mentre di essa si disquisiva. Avevamo il copriletto, e sotto il copriletto quando eravamo ammalati ed era inverno, le coperte di lana dovevano essere belle pesanti e rimboccate, “se no ti scopri”. Questo sino a che fu noto a tutti, non prima degli Anni Settanta, che coprirsi troppo durante un febbrone serviva a lessare un pollo, non a guarire. La convinzione del contrario proveniva dai tempi nei quali sudare significava “buttar fuori il veleno della malattia”

Con il dottore in arrivo la frase di rito era, per grandi e piccoli: «Alzati che dobbiamo lavarti bene, dare aria alla stanza, cambiare le lenzuola e metterti il pigiama bello: arriva il Dottore!» Sembrava stessero arrivando il Re o il Papa, e le donne di casa levavano i grembiuli, si davano una pettinata, caricavano la caffettiera e preparavano il vassoietto con la tazzina e la zuccheriera del servizio bello. Poi mettevano in bagno l’asciugamano pulito e perfettamente stirato, e la saponetta tassativamente nuova, appena levata dall’involucro. Quando mia nonna scoprì che la saponetta doveva essere nuova per non avere traccia di “microbi”, restò basita: «Ma cosa mi dice Dottore: serve per pulire ed è sporca?»
Anche gli spazzolini in setole naturali finirono in pattumiera quando arrivarono quelli di plastica. E contestualmente quasi sparirono le afte in bocca e cominciarono gli sciacqui con il Iodosan, sempre su consiglio del Dottore.

I farmaci che prescriveva erano pochi e semplici. A parte le terribili fiale con polverina nella boccetta a parte per la penicillina, se stavamo messi veramente male, per la febbre rammento solo le supposte di Uniplus (prima cosa c’era?

Mettete mano alla memoria, lettori…), per il mal di gola la Borocillina o il Formitrol, che peggiorava atrocemente il bruciore prima di calmarlo. Per il raffreddore Aspirina, il VixVaporub, e qualche volta una spruzzata odiosa di Deltarinolo per il naso tappato spettava anche ai ragazzini. Ai bambini

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niente, se non il catino con acqua calda con un poco di bicarbonato, di Vix o di eucaliptus. Come lassativo furoreggiava il RIM che era a tavolette di gelatina al sapore di frutta e andava sorvegliato o noi bambini ci purgavamo di nascosto.

Per il pronto soccorso laccio emostatico, cotone emostatico per il sangue dal naso – più diffuso di ora – la “bambagia” normale, cioè il cotone idrofilo, le garze e il cerotto a nastro. I cerottini di tutte le forme arrivarono dopo, per cui se ci ferivamo la fronte ci facevano una “mappazza” che sembravamo reduci di guerra.

Per disinfettarci avevamo alcool per i grandi e per i bambini l’acqua ossigenata. Ma tutti abbiamo provato l’alcool: con tutta la famiglia che soffiava sul nostro ginocchio sbucciato…

Indispensabile la polvere antibiotica di Streptosyl per le ferite e le escoriazioni.

Per il dolore, compresse di Cibalgina o Aspro o Saridon o Aspirina –

noi bambini di norma il dolore ce lo dovevamo quasi sempre tenere –

e pomate canforate

o Vegetallumina

o “Cerotto Bertelli” per i dolori di schienao intercostali.

Girava ancora qualche “chachet”: un involucro di sostanza amidacea contenente l’analgesico, termine che qualcuno usava anche per le pastiglie. Faceva molto fine, tra il popolo, dire “prendo un cachet” piuttosto che “prendo una pastiglia”.

Per il mal d’orecchi, il mai abbastanza celebrato Otalgan.

Per le bruciature Foille, per digerire la Magnesia San Pellegrino e poi la meravigliosa Alka Seltzer, il cui ritiro dal mercato angustiò tutti perché era una bomba.
Tutto qui: le medicine stavano in una scatola o in un cassettino.
Quando il dottore andava via, dopo essersi lavato le mani come al suo arrivo e aver vergato con la stilografica in una scrittura indecifrabile – dato invariato – la terapia, finiva il balletto della mamma e delle nonne: «Prego Dottore, le faccio strada Dottore, l’asciugamano pulito Dottore, grazie Dottore, quanto le devo Dottore? Stia bene Dottore!) e chiusa la porta di casa alle sue spalle, si guardavano soddisfatte.
«Bravissssssimo!» dicevano ammirate e con gran competenza (…). E noi si cominciava a guarire.

Cinzia Panzettini

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