Che cibo hai nel cervello. La trappola del piacere del cibo

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Tutti gli esseri biologici sono soggetti ai condizionamenti e/o adattamenti ambientali. Gli esseri umani sono la specie in assoluto più soggetta ai condizionamenti e attraverso questi al loro totale controllo.

In assoluto il condizionamento più potente per gli esseri umani è rappresentato dal cibo. D’altronde, le prime necessità biologiche per vivere sono il cibo e l’acqua. In assoluto la prima sostanza condizionante per il cervello umano è proprio lo zucchero e guarda caso, in particolare nelle popolazioni occidentali è il primo alimento che viene posto nella bocca del neonato dopo il latte materno (spesso anche prima). Sugli effetti dello zucchero nel cervello si stanno facendo ricerche da molti anni, ma è proprio negli ultimi anni che la ricerca ha finalmente determinato attraverso quali meccanismi lo zucchero influenza i nostri comportamenti alimentari. Da diversi anni medici e nutrizionisti hanno posto l’attenzione sulla causa dell’obesità, paventando la possibilità che fosse l’obesità stessa a modificare il senso del gusto ed indurre le persone stesse a mangiare di più per soddisfare o appagare la loro “fame”.

Ora è arrivata la risposta a tutto questo. Questa importante scoperta arriva dall’Università del Michigan ad Ann Arbor dal dipartimento di Biologia Molecolare Cellullare ed Evolutiva e più precisamente dal laboratorio di Nutri Epigenetica diretto dal Dr. Monica Dus. sites.lsa.umich.edu/dus-lab/ Il mangiare zuccheri e grassi induce il nostro cervello a rilasciare una sostanza chiamata DOPAMINA che tra le molte cose che fa è anche responsabile di “attivare” il senso di appagamento per ciò cha facciamo, in questo caso mangiare il cibo, oltre a controllare il senso di sazietà, fame, ecc… Ciò significa che più mangiamo zuccheri più i nostri circuiti cerebrali si assuefanno allo zucchero e ci inducono a mangiarne sempre di più per trovare appagamento e quindi ecco entrare in gioco l’obesità. Questi esperimenti sono stati condotti sulle Drosofile (i moscerini della frutta) che hanno meccanismi cerebrali per il gusto simili agli esseri umani. 

Quando il team ha ripetuto le prove usando gli edulcoranti (pseudo zuccheri usati sulle “bevande light” e in tutti i cibi light e/o dietetici), il condizionamento dei moscerini per il dolce è rimasto invariato. Quando invece i recettori del gusto degli insetti sono stati manipolati in modo che perdessero sensibilità al dolce, le drosofile non hanno più mangiato in modo compulsivo, nonostante l’esposizione agli zuccheri. Ecco perché mangiare cibi “dietetici” prodotti con “zuccheri falsi” non aiuta affatto a dimagrire, oltre ad essere pericolosi per la nostra salute. 

Questa importante scoperta ci spiega anche perché è così difficile per una persona obesa perdere peso cambiando regime alimentare; è proprio il senso di appagamento per il cibo che la persona obesa ha difficoltà a ritrovare.

Per rendere l’idea osservate questo grafico elaborato alla Cornell University durante il mio percorso di studi in “Plant Based Nutrition”

Ogni area di appagamento ha una soglia di “piacere” appagabilità. Una persona che si nutre di cibo salutare

(stadio 1) prova il piacere di ciò che mangia entro un limite di appagabilità. Se questa persona inizia a mangiare cibi molto saporiti, in particolare con miscele di zuccheri, grassi, sale, glutammati, grassi idrogenati, questo mix stimola in modo “violento” la produzione di dopamina che nella fase iniziale stimola il senso del piacere (stadio 2). La persona continua a mangiare e con il tempo la produzione di dopamina cala e di conseguenza anche il senso di piacere e di appagamento (stadio 3).

Conseguenza di ciò la persona inizia a mangiare questa tipologia di cibo-spazzatura in maggiore quantità per mantenere un livello di dopamina tale da soddisfare il piacere e l’appagamento. Con il tempo questo piacere non da più quell’intenso appagamento ma la persona continua a mangiare peggiorando sempre di più la condizione di obesità e di salute. Se a questo punto la persona vuole passare ad una alimentazione sana, entra immediatamente nello stadio 4, ovvero assenza di piacere per il cibo e quindi assenza di appagamento. È proprio questo lo stadio del cambiamento in cui le persone si arrendono alla dieta, in particolare se si altalenano ad introdurre ancora il cibo spazzatura che possa dargli dei picchi di stimolazione di dopamina e quindi di piacere e appagamento. Se la persona riesce però a resistere e ricondizionare il sistema ad una soglia di normalità (stadio 5), dopo un po’ di tempo riuscirà ad apprezzare nuovamente il cibo salutare e stimolare il piacere e l’appagamento all’interno dell’area di normalità. Il recupero dello stato di salute e di peso saranno un fattore molto appagante e motivante. 

E’ proprio nella gestione del passaggio dallo stadio 3 allo stadio 5, ripristino della normale percezione del cibo, che l’acqua gioca un ruolo molto importante.

Bere acqua in abbondanza aiuta a mantenere le pareti dello stomaco distese e quindi aiuta a mantenere un senso di sazietà. Oltretutto l’acqua non avendo nessun sapore dominante aiuta a “cancellare” le memorie dei sapori forti e condizionanti.

Questa è anche una fase in cui molte tossine possono essere eliminate dal corpo proprio attraverso una buona idratazione. Se ci fosse la possibilità di fare uso di acqua Bioattiva, ionizzata e alcalina, la stessa aiuterebbe ad eliminare in modo più efficace i radicali liberi prodotti oltre ad aumentare l’accumulo dei tamponi alcalini stimolando la produzione di bicarbonati a livello dello stomaco. Se è importante bere sempre molta acqua, diventa fondamentale farlo durante i cambiamenti alimentari e nel ripristino del corretto peso corporeo. Precisiamo che con ACQUA si intende acqua naturale non gassata né bibite zuccherate di nessun tipo. Questo modello di condizionamento può trovare applicazioni in molte altre situazioni più o meno severe; dal fumo, all’alcool, alla tossico dipendenza.

C’è da considerare che questi meccanismi comportano delle modifiche dei marcatori epigenetici (controllo della espressione dei geni), di conseguenza questi condizionamenti possono passare alla progenie fino alla terza generazione.

Dr.Ivan Dus, MD, PhD, DDS

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