“Con parole nostre”: come cambia la nostra Lingua Madre. Terza parte

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Con parole nostre”: come cambia la nostra Lingua Madre. Terza parte

Nello scorso numero di ViviTenerife vi ho parlato dei termini stranieri che compaiono da più o meno tempo nelle nostre conversazioni.
Perché? Quale fascino esercitano su di noi i termini stranieri? Hanno un suono più gradevole, sono “di moda”, denunciano uno strisciante desiderio di sembrare internazionali ed evoluti, oppure non hanno un senso così preciso in italiano?


Ammettiamo che alcuni termini non trovino un equivalente efficace in italiano. Qualche esempio? Marketing, sport, rock, browser, smog e molti altri. I questi casi alziamo le mani, ma… workshop, o abstract, fashion o light sarebbero sostituibili da seminario, riassunto, moda e leggero. Che hanno che non va questi termini? Che si fa: li si butta?


Prendiamola con umorismo: con l’uso del termine “cool” – che subito ci fece piegare dal ridere e che ora viene serenamente usato per dire fresco, freddo, glaciale, forte e persino figo! – io pensai fossimo al fondo del barile. La pronuncia di “cool” avrebbe dovuto dissuadere chiunque dall’usarlo, ma dopo un tot di battute da liceali… ci siamo abituati.


Ricordo che un giorno, quando trattavo abbigliamento, una commessa di un “brand” (marchio), mi disse che in vetrina potevo vedere “outfit molto cool”. Cioè un insieme di abiti e accessori abbinati in modo fresco, inedito, nuovo. Capisco la sintesi, ma vendere abiti non ha nulla di sintetico, a parte (purtroppo) sempre più spesso la composizione del tessuto.

I termini che elencherò con la loro più che onorevole versione italiana sono assolutamente leciti e non passibili di alcuna critica, deve essere chiaro. Niente snobismi, semmai un ragionamento lnguistico.
Quel che vorrei dire è che parlando italiano non siamo “demodé” (termine francese ormai si uso abituale): siamo solo Italiani. E la nostra lingua è la quarta più studiata al mondo – benchè sia al 21esimo posto tra le lingue parlate – perché viene ritenuta non solo bella: bellissima.


Prima di cominciare ad elencare le parole di casa che abbiamo sostituito con quelle di importazione, vi consiglio di ascoltare – se vi accade e non è diffusissimo – un uomo o una donna parlare in italiano con proprietà senza attingere a termini stranieri: scoprirete in loro una particolare eleganza. Una forma di distinzione che diventa notevole proprio ora che in troppi si piegano inconsapevoli all’uso delle parole straniere.

E c’è di più, perché un giorno un amico mi disse di aver assunto due ragazzi che dovevano parlare bene due lingue straniere. Mi disse che, a parità di livello di conoscenza delle due lingue richieste, aveva scelto i due ragazzi che si esprimevano in un ottimo italiano. Non mi sorprese: parlare bene la propria lingua è aver acquisito un approccio più serio allo studio di altri idiomi. Chi si cura di declinare i verbi in modo corretto in italiano, non digerisce di declinare male i verbi in generale.

Tornando al nostro argomento: vediamo come dicevamo certe parole o modi di dire prima di importarne le versioni inglesi o statunitensi?
Elenchiamone alcune e vediamole in modo critico.
Anti age significa anti età. Ammettiamo che il termine, per vendere una crema o un siero in profumeria, sia più delicato di “anti età” o del brutale “anti rughe”? Abbuonato.
Appeal:attrazione. “Ha un forte appeal” è traducibile con: “E’ molto attraente”. La versione inglese risulta forse più discreta e meno diretta? Ci sta.
Audience: significa pubblico o ascolti. Molto usato, ormai, ma potremmo serenamente farne a meno.
Background: sfondo. È modaiolo e dipende da che cosa si stia dicendo e a chi, altrimenti è mera esibizione.
Backstage: dietro le quinte. Non solo gli Americani hanno set cinematografici e televisivi. Anche noi. Altro termine che si risulta più moderno, ma volendo è evitabile. Tre parole al posto di una composta da due parole.
Badge: tesserino. Capitata a me: “Lei ha il badge?”. Che è? “Arridatece” il tesserino!
Bipartisan: significa trasversale e non “due partigiani”. Usato in politica, già in italiano in molti non ne comprendiamo il significato.
Boss: capo. Usiamolo con ironia o evitiamolo. Detto seriamente ci fa sembrare un dipendente di Buddy Valastro: “Il boss delle torte” televisivo che riesce con le sue paste di zucchero colorate a far apparire immangiabile qualsiasi cosa.
Brand: marca. Dire marchio ormai sembra poco elegante. E teniamoci ‘sto brand.
Breack: pausa. Si usa in ufficio. “Faccio un breack o crollo”, al posto di “mi prendo una pausa”.
Businnes: affari. A mio personale avviso me businnes suona “bauscia”. “Lui è uno col quale ho fatto un businnes…” A voi piace? A me no.
Buyer: compratore. Accettabile, purtroppo suona più qualificante.
Cash: contanti. No, dai: “Hai del cash?”, “Non ho cash…”… io eviterei, voi che dite?
Coach: allenatore. L’allenatore è semplicemente un coach che se la tira meno.
Concept: idea. Ecco: qui proprio sarebbe una buona idea non dire concept. Quando si arriverà a dire “Il tuo concept è meglio del mio”, vorrei non esserci.
Community: comunità. Dire: “La community italiana a Tenerife” è un’autorete. Noi siamo la comunità italiana a Tenerife. In Italiano.
Copyright: diritto d’Autore. Molto usato, ma in entrambe le versioni.
Device: dispositivo. Non ci sto: protesto.
Display: schermo. Non diremo mai più “lo schermo del telefonino”, ma va bene.
Dress code: regole di abbigliamento. Siamo i meglio vestiti al mondo e ci cucchiamo “dress code”? Facciamoci del male… ma “dress code” suona decisamente più carino di “regole di abbigliamento”.
Evergreen: intramontabile. Intramontabile è migliore di “evergreen”. Infinitamente più elegante.
Fashion: moda. Ribelliamoci, soprattutto se siamo Romagnoli. “Fesion” non si può sentire.
Flop: fiasco. Mi piace molto l’espressione “fare fiasco”, perché italianissima benchè controversa. C’è chi sostiene che risalga a un episodio di Domenico Biancolelli (1636-1688), un comico italiano che, vestito da Arlecchino si esibiva improvvisando e prendendo spunto da un oggetto qualsiasi; una sera l’oggetto dell’improvvisazione era un fiasco, ma lo spettacolo fu un vero e proprio fallimento. Altri sostengono invece che l’origine vada ricercata nel mestiere dei soffiatori del vetro che, se commettono errori nel corso dell’operazione, si trovano in fondo alla canna nella quale soffiano una bolla la cui forma è simile quella di un fiasco, invece che la sagoma desiderata.
Food
: cibo. Noi siamo i sovrani del cibo. Ma quale food e food? Parliamo come mangiamo, cioè benissimo! Accettabile street food (cibo di strada o per strada) la cui traduzione in italiano è meno divertente.
Ultimo termine per oggi, e molto importante, è Jobs act: legge sul lavoro. E su questo mi arrabbio. Molto, perché almeno quando si comunicano cose davvero importanti e di pubblica utilità, gli Italiani tutti devono poter capire di cosa si stia parlando.
Lavorano, in Italia, milioni di persone che non conoscono l’Inglese. Almeno dalle fonti istituzionali e dai Ministeri è bene che “la legge sul lavoro” resti la legge sul lavoro.
Nel prossimo numero partiremo da “gossip”!
Un saluto (che in Inglese si dice “a greeting”, abbastanza fraintendibile, ma fortunatamente non si usa… per ora!).

Cinzia Panzettini – Vulcano di Parole Tenerife

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