CONOSCIAMOLI MEGLIO: L’arte effimera di Luigi Stinga a Tenerife

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Luigi Stinga è un’artista napoletano che ha saputo cogliere l’anima di Tenerife come pochi, e che inaspettatamente sorprende il visitatore e l’occhio magari distratto di chi percorre le strade delle cittadine tutti i giorni, con sculture che restano solo per pochi giorni. Siamo andati a trovarlo.

 

Luigi, è vero che sei figlio d’arte?

Si. Mio padre, Vincenzo Stinga, è un pittore, praticamente, sono cresciuto a “pane e pennelli”. Con lui ho lavorato durante il mio percorso formativo, che mi ha portato a fare l’Erasmus a Tenerife, mentre studiavo all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Tenerife mi è piaciuta subito, e mi è piaciuta anche l’Accademia. Una realtà completamente diversa, con attrezzature di ogni genere e professori giovanissimi, con cui la sera ci si incontrava al bar. Studiavo e lavoravo, facevo e ancora faccio il decoratore, sia qui che in Italia. Nel 1996 ho deciso di trasferirmi definitivamente a Tenerife, avevo già clienti importanti, e per loro ho fatto decorazioni in discoteche, hotel, ristoranti. Non solo a Tenerife, ma anche nelle altre isole. Ora sono sposato con una canaria, ho due bambini e mi sono completamente integrato.

L’isola ti ha ispirato nel tuo lavoro?

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Il nord di Tenerife mi ricorda molto la costiera amalfitana, la cordialità degli abitanti… tutto questo mi ha ispirato, mi ha regalato una nuova prospettiva artistica. Anche la crisi, in particolare il periodo del 2010, ha toccato me come tutti, ma devo ammettere che mi ha fatto bene, ha rappresentato un punto di svolta. Prima l’attività era più commerciale, avevo uno studio grande a Santa Cruz de Tenerife, facevamo scenari per il Carnevale. Ho fatto anche due presepi, ispirati alla tradizione napoletana, che sono conservati al Cabildo. Dopo, ho ripreso a dipingere con gli acquarelli. Ma la gente mi conosce e quindi dipingo spesso su commissione.

Ti definiscono un artista rinascimentale. Ti riconosci in questa definizione?

Se con questo si pensa ad un artista che va oltre la sua opera d’arte, allora mi ci riconosco. Penso, invento. Leonardo Da Vinci, come Michelangelo e gli altri grandi dell’arte, volevano arrivare a tutti, non servire solo clero e nobiltà, ma raggiungere e comunicare anche con il popolo. Anche io credo nello stesso messaggio. Un’opera deve saper trasmettere. L’opera d’arte è uno specchio in cui potersi ritrovare. Per questo piace.

Raccontaci della tua arte effimera, come per esempio il lagarto di Garachico, il Minotauro di Puerto, o la Pensadora.

Ognuna di queste opere è un ciclo che inizia, si sviluppa, si conclude. Non ti dispiace che queste opere svaniscano?

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Mi dispiacerebbe di più se rimanessero, perché si rovinerebbero e le persone dopo un po’ non le comprenderebbero più. Noi viviamo oggi in una società in cui l’opera d’arte richiama la tua attenzione all’inizio, ma dopo un po’ diventa solo un oggetto che sta lì. Il concetto che l’artista debba rimanere con le sue opere per l’eternità è sparito, non esiste più. Noi viviamo nella velocità, le cose ci stancano, vogliamo sempre cambiare. Ma non è un concetto consumista, al contrario: dell’opera rimane il ricordo, ci rimane l’immagine. Se io dovessi lasciarla lì, questa mia opera effimera, diventerebbe grigia, un oggetto decorativo senza anima. Quando io ho fatto la mia prima opera -la sirena- a Puerto de la Cruz, mentre il pubblico mi osservava, ho capito che l’emozione di creare qualcosa assieme alla gente che ti circonda è parte della creazione stessa. E’ un po’ arte e un po’ spettacolo, il pubblico interferisce nella creazione.

Tu usi il legno come materiale. Da dove è nata l’idea e qual è stata la prima creazione?

Le prime cose che ho fatto sono state spontanee, qua a Bajamar con degli amici, circa una decina di anni fa. Ho riproposto quello che si faceva a capodanno a Sorrento, quando io ero piccolo, un asino che poi si bruciava. L’ho fatto in un cortile di un amico, con dei pallet e da lì è iniziato il percorso. Adesso tutti quelli che mi conoscono mi portano camion di pallet, lo rifaccio ogni anno e ora faccio anche il “Fuego de San Juan”. Ho un gruppo che mi segue. Pensa, quando abbiamo bruciato il lucertolone di Garachico, abbiamo noleggiato un pullman apposta, per stare tutti insieme. Abbiamo fatto il falò e poi tutti insieme a cena.

Perché bruciare le opere?

Perché il materiale si deteriora, perde consistenza, colore, ma principalmente perché potrebbe diventare pericoloso. E poi bruciare l’opera si trasforma in un evento di grande impatto emotivo.

Quanto tempo impieghi per creare queste opere? C’è una scultura in particolare che ti è rimasta nel cuore, rispetto ad altre?

Di media impiego quattro giorni, e utilizzo sempre legno riciclato. La scultura che ho nel cuore, è naturalmente quella che ancora non ho fatto!

Il tuo lavoro oggi e in futuro?

Oltre all’arte effimera, creo sculture in bronzo, lavori in ceramica, e per l’anno prossimo ho in programma una mia esposizione, forse anche itinerante. Mi piacerebbe anche aprirmi ad un percorso con le gallerie ed uscire con i miei lavori anche fuori dalle isole.

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Grazie Luigi per la tua squisita disponibilità, a presto.

Antonina Giacobbe

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