La concezione naturale e quella divina nell’epoca della tecnologia

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La concezione naturale e quella divina nell’epoca della tecnologia

Il concetto umano del cosmo, nella cultura occidentale, è segnato da due grandi tradizioni di pensiero: quella greco-latina e quella giudaico-cristiana. Le attuali apprensioni che caratterizzano il corrente momento storico, impongono di riflettere sui percorsi della storia per poterne ipotizzare gli approdi. Il pensiero pagano, e quello greco in particolare, concepivano la natura ed il mondo come un ordine immutabile. In questa concezione non c’è creazione: il mondo sussiste in sé ed è eterno senza inizio e senza fine.

Nel concetto pagano di natura non vi è infatti l’idea di creazione, ma quella di generazione. La physis dei greci, è quindi la realtà prima e fondamentale, principio e causa di tutte le cose. Dai latini il termine tradotto con «natura» deriva dal verbo nasci, ossia trarre origine, ed evoca analogamente ciò che genera e fa scaturire da sé. A questa ciclicità, che contempla la morte degli individui, è connaturata la consapevolezza della indifferenza della natura e della tragicità della vita. Indifferenza e tragicità che tuttavia escludono ogni concetto di colpa preesistente, tanto della natura, quanto dell’uomo. L’unica colpa in cui incorre l’uomo, nel pensiero greco, è quella dello “sbaglio nelle misure” nel suo agire, quando, superando il limite della misura della propria forza, tenta lo smisurato, che lo distrugge.

L’uomo deve quindi mantenere la misura della propria forma e ciò significa trovare l’equilibrio ed il proprio limite in quanto la tecnica è di gran lunga più debole della necessità, che vincola l’uomo alle leggi della natura.

Nella visione pagana del mondo, al tempo stesso, l’uomo non era concepito come centro del mondo ma generato per la vita cosmica condividendone con lo stesso una comune natura divina. Il mondo era considerato dimora sia degli uomini che degli dei, inseriti nell’ordine necessario del cosmo, il cui valore era superiore ad entrambi. Non in un dio creatore e nella sua volontà creatrice andava inoltre ricercata la causa e la ragione delle cose, perché solo del cosmo era il logos quindi principio vitale del cosmo, di natura divina ma impersonale, immanente a tutte le cose, perfetto ed identico a se stesso per l’eternità, che anima e muove il mondo. Nella visione pagana del mondo c’è quindi una assoluta identità e continuità tra la sostanza divina, il mondo e l’uomo. Alle fonti del pensiero pagano vi è infatti l’idea che l’universo sia animato e che l’anima del mondo sia divina così come quella dell’uomo. Questa continuità e questo legame tra Dio, l’uomo ed il mondo si spezza con l’irrompere della cultura giudaico-cristiana. La frattura si apre con l’annuncio biblico della Genesi secondo il quale «In principio Dio creò il cielo e la terra». Da una natura che crea si passa quindi ad una natura creata. Si passa quindi da un Cosmo che «fu sempre» dei Greci, ad un mondo «creato» da Dio. Non vi è più quindi identità tra Dio e mondo. Anzi il Dio creatore della Bibbia è totalmente estraneo al mondo. Il mondo non sussiste in sé, non è ontologicamente sufficiente, come nella visione pagana, ma trova il suo fondamento in un atto nella volontà di Dio. Ed in questo atto di volontà non vi è alcun rapporto di necessità, perché il mondo non aggiunge nulla a Dio. L’assoluto e l’informazione non sono più quindi il mondo, ma Dio. Il mondo, inoltre, è di Dio, che lo ha creato e poi ordinato dal caos nominando le cose e così affermandone la propria proprietà.

La narrazione della creazione determina poi un’altra nuova caratteristica del mondo, che è quella legata al suo inizio. Il mondo non è più eterno, ma ha avuto una origine ed avrà una fine. Non vi è più quindi la regolarità ripetitiva di un ciclo eterno, senza inizio e senza fine, ma la storia del mondo, che, in quanto destinata a finire, ne segna la sua precarietà.

Con la creazione, il mondo perde inoltre un’altra caratteristica, che è quella della sua divinità. Il mondo giudaico-cristiano non è più divino, al pari di Dio. Anche nell’ultima enciclica di Papa Francesco, nonostante il suo forte carattere ecologico, è ribadito che il mondo non è divino.

Ma se il mondo è precario e non è divino perde anche conseguentemente valore. Con la cultura biblica si realizza infatti la svalorizzazione e demitizzazione del mondo, che diventa vano, poiché ciò che assume valore è l’altro mondo, quello eterno nel quale guadagneremo la nostra salvezza. Nella visione giudaico-cristiana, quindi, l’ordine si capovolge. Non è più la natura l’ordine immutabile, ma la volontà onnipotente di Dio che iscrive il mondo in un progetto. Il segreto ed il centro del mondo creato da Dio è quindi l’uomo. Il mondo è stato creato a Dio e «a sua immagine e somiglianza», affinché l’uomo lo assoggetti e lo domini. Altro elemento centrale in questa visione culturale è quella della colpa e del progetto di salvezza. Se la natura pagana è indifferente, nel suo ciclo di generazione e distruzione della vita, ed il dolore è connaturato ad una esistenza che i Greci vedevano sì come «tragica», ma totalmente incolpevole, nell’ordine giudaico cristiano questa sequenza si capovolge: il dolore è conseguenza della colpa, e precisamente della «caduta» colpevole dell’uomo, che è venuto meno alla fedeltà e all’obbedienza verso Dio. Dal peccato viene quindi nel mondo la morte, che è l’emblema fondamentale del male. Ma se questa dimensione sarebbe un movimento insensato verso la dissoluzione, per assegnarle un senso interviene la fedeltà originaria a Dio, che è fedeltà al giorno della creazione: ciò che Dio crea non lo crea per essere perduto. Dalla fedeltà al cosmo ed al mondo, si passa quindi alla fedeltà alla creazione ed a Dio. Il peccato e la colpa dell’uomo sono dunque un distanziamento da Dio ma non la caduta nel nulla, perché c’è la promessa della vita futura, eterna, ma fuori dal mondo.

Ciò che la tradizione giudaico-cristiana immette nella cultura occidentale è quindi la svalutazione del mondo e della vita terrena e la prospettiva di una salvezza ed un fine di vita eterna fuori del mondo, che assegna un senso esterno (divino) alla esistenza umana. Con l’età giudaico-cristiana, se l’uomo perde autonomia e si iscrive in un regno del Dio unico e Padre creatore, al tempo stesso si distanzia dal mondo e si accosta al divino. La contemplazione, tuttavia, non è più contemplazione della Natura, ma contemplazione di Dio ed il rapporto dell’uomo non è più con il mondo, ma esclusivamente con Dio.

Nell’attuale epoca tecnologica, alla teoria greca che contempla il mondo si è sostituita la prassi della scienza sperimentale, che col suo sguardo disincantato utilizza e domina il mondo. Questa vera e propria rivoluzione, fondata sul trinomio capitalismo-scienza/tecnica, ha avuto il suo avvio con il metodo sperimentale. La tecnologia dell’energia ha consentito all’uomo di passare dal ricorso quasi esclusivo dell’energia animale allo sfruttamento sistematico delle forze naturali.

Perché proprio in Europa questa rivoluzione? Si ritiene, infatti, che nel continente europeo si è affermata una nuova visione del mondo elaborata dalla cultura giudaico-cristiana. Ed i relativi paradigmi si fondano su quattro elementi fondamentali. Il primo ha carattere strutturale e si fonda sull’idea di creazione del mondo che lo assimila ad una «produzione artificiale». Questa visione del mondo, ha aperto la strada alla nascita del metodo sperimentale. Il secondo è un elemento funzionale, quindi la natura diventa strumento operativo dell’uomo Il terzo è un elemento razionale che garantisce la salvezza non più da Dio ma dalla scienza e dalla tecnica. Il quarto è un elemento di carattere etico, sconosciuto sia alla cultura greca che a quella cristiana, che ponevano l’etica all’interno dei soli rapporti umani.

In realtà, questo potere di dominio sembra sottratto persino allo stesso uomo ed assegnato all’apparato tecnico, che non conosce scopo e senso, ma solo efficienza, funzionalità ed economicità dei processi e dei percorsi. Quello in cui oggi viviamo è quindi il tempo del dominio assoluto dell’uomo sul mondo, in cui l’uomo ha per la prima volta la possibilità, con la tecnica, di distruggere il pianeta. Questa vera e propria emergenza etica viene oggi affrontata in Occidente cercando di coniugare i fondamenti culturali della nostra tradizione giudaico-cristiana con quelli della cultura greca e latina per riappropriarci del patrimonio di senso, di necessità e di limite, connaturati alla visione divina ed eterna del mondo.

Articolo del Tenente E.I. Genio (r.a.) Giovanni Pipi

UNUCI – Sezione all’Estero Spagna / Is. Canarie

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