Tenerife: Ifonche, un tratto dell’antico “camino real”

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Tenerife: Ifonche, un tratto dell’antico “camino real”. Accordo rapido in redazione e tutti insieme decidiamo di festeggiare la Pasqua in Ifonche, percorrendo un tratto dell’antico “camino real” che collegava l’insediamento di Ifonche (a Tenerife uno dei primi dopo la conquista) con Adeje,Taucho e Guía de Isora.

Punto d’incontro intorno alla rotonda della “Camella”e quindi su, sempre su, lungo i tornanti che dopo Arona ci portano al bivio di Ifonche; dritto si andrebbe a Vilaflor e al Teide, ma questa domenica vogliamo dedicarla al “caserío de Ifonche”, dove ancora si coltivano gli orti (patate e pomodori) con la tecnica del “jable”.

Il mattino è pieno di luce e d’azzurro come tanti in questo nostro sud di Tenerife! Appena finisce l’asfalto, lasciamo le macchine e ci introduciamo curiosi nel sentiero; il primo tratto è fatto di saliscendi fra orti abbandonati, dove crescono abbondanti le graminacee e le altre comunità nitrofile di sostituzione cosí tipiche della “medianía”: jaguarzo (cistus monspeliensis), jara (cistus simphytifolius), tomillo salvaje (micromeria varia), echium virescens e l’immancabile codeso (adenocarpus viscosus) dai petali d’un giallo sgargiante.

La tradizionale attività dei campi ha sottratto il suo spazio naturale al “pinar” che qui (siamo sui 900 metri) non è così fitto come nelle altezze di Vilaflor, essendo proprio ai confini del livello “xérofita” della zona inferiore al riparo dagli Alisei; si tratta, perció, di un bosco termòfilo con un sottobosco povero dove spadroneggia “el escobon”(chamaecytisus proliferus), accompagnato da “sinchus” e “rumex lunaria”.

Avanziamo fra basse pareti di confine, commentando fra di noi i profumi che stiamo respirando e la sorpresa di scorgere l'”asphodelus aestivus” che sembra nascondersi in mezzo ai prati dove, invece, spiccano il viola delizioso dell'”amagante” e il tenero bianco dei “convolvulus”.

Da ogni parte scorgiamo ieratico ed inquietante il “domo”vulcanico di Roque Imoque, le cui rocce basaltiche sono fra le più antiche dell’isola insieme con quelle di Roque Ichasagua (che molti chiamano Roque del Conde) databili come minimo, intorno agli undici milioni d’anni fa.

Ora siamo di fronte alla casa Benitez che, di fianco, ci riserva la sorpresa di una “ERA”(cioè un’aia) di grande valore etnografico e paesaggistico; infatti, il suo cerchio perfetto (sapore di ancestrali menhir!) e la posizione a strapiombo sul “barranco dell’ Infierno” ce la rendono immediatamente magica!

Una gran voglia ci prende di spalancare le braccia come per captare energie occulte dell’Universo o (perché no?) volare come gli uccelli che qui nidificano ancora (fringuelli, tordi, pettirossi, merli, colombi…)!

Nello spazio fra la “ERA” e la vertiginosa parete del “barranco”, ma un po’ più in basso, fiorisce un prato miracolosamente pianeggiante e denso di così tanti piccoli fiori da sembrare la tavolozza di un pittore naïf che ha deciso di usare sulla tela, soltanto il giallo, il viola e qualche spruzzata

d’azzurro! La tentazione di scendere e sdraiarsi come fosse un morbido materasso colorato è così forte, che un gruppetto di noi…cede! Foto, “che bello”,”venite ragazzi”,”qui è l’eden”:è un susseguirsi frenetico d’emozioni, perché intorno al prato e lungo le pareti sotto la “ERA” scopriamo un inverosimile bosco di “sonchus” dagli steli slanciati, sulla cui sommità fiorita esplode il giallo dei petali.

Antonina si inventa un po’ di stanchezza per rimanere nel cerchio magico della “ERA”, mentre il resto del gruppo intraprende il cammino verso un”mirador”, attraversando una bella pineta che in questo punto ci appare veramente fitta; procediamo immersi in un profumo di calda resina con i nostri piedi che letteralmente pigiano, il molle strato d’aghi di pino.

In cima al “mirador” si fa più forte l’eco dello scroscio della cascata d’acqua che laggiù nel “barranco”, alimenta l’intrico lussureggiante d’edere e salici; però, ancora più forte ci sembra, l’emozione per il panorama che si apre davanti a noi fino al mare!

Al ritorno verso la “ERA” dove ci aspetta Antonina (speriamo che, intanto, non sia stata rapita da forze cosmiche!) siamo costretti a fermarci più volte per ammirare (e fotografare) i tanti endemismi botanici che spiccano dalle radure; ci colpisce, soprattutto,la “pericallis”; ma anche i “bejejes”(aeonium) che col loro verdore, gareggiano col bianco delicato delle agarzas”(argyranthemum) che sembrano volerci regalare, i loro grandi cespugli a forma d’ombrello.

Il sole è già alto (diciamo che comincia a riscaldare eccessivamente)! Una ragione più che sufficiente per trovare refrigerio e rifugio…in una trattoria! Un giorno veramente fortunato questo di questa Pasqua!

Riusciamo ad azzeccare giusto una trattoria che fa al caso nostro:semplice, pulita, essenziale, abbondante ed…economica! Ceci,”mojo”, vino e carne d’ogni tipo con Simona (che gestisce la trattoria con i suoi parenti) sempre amabile, attenta e,quello che più conta,paziente.

La trattoria si chiama Taragua per chi volesse… provare! Per ore rimaniamo seduti a mangiare, a chiacchierare e a scherzare; soddisfatti, non ci accorgiamo che il giorno scivola via verso il tramonto!

Ora di andare, purtroppo! Abbracci, baci, strette di mano, rallegramenti reciproci, sorrisi e tanta voglia di rivederci ancora per ricominciare…

La prossima Pasqua teneteci d’occhio, perché la redazione sta già formulando ipotesi di navigazione in natura con l’immancabile approdo… nella taverna del porto!

Gianni : lucreziocaro@hotmail.com

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