Una vita spericolata tra l’Italia e la Spagna. Miguel de Cervantes, soprannominato “il Monco de Lepanto”

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Una vita spericolata tra l’Italia e la Spagna. Miguel de Cervantes, soprannominato “il Monco de Lepanto”

Miguel de Cervantes Saavedra, soprannominato “il Monco de Lepanto”, (Alcalà de Henares 29.9.1547 – Madrid 22.4.1616) è considerato una delle più grandi figure della letteratura spagnola.

Il romanziere visse nel cosiddetto Siglo de Oro, un periodo molto promettente per la Spagna, pioniera delle nuove rotte commerciali verso le Americhe e sul Pacifico. Nelle casse spagnole affluivano allora, grazie alle colonie d’Oltreoceano, oro e argento a volontà e la possibilità di fare buoni affari era alla portata di molti. Così fu anche per Cervantes, che in alcuni momenti della sua vita conobbe facili guadagni, ma si trovò spesso in miseria per non sapersi ben amministrare.

Miguel nacque il 29 settembre del 1547 ad Alcalá de Henares, quarto di sette figli. Suo padre era un modesto chirurgo e medico che per mantenere la famiglia dovette trasferirsi continuamente da Madrid a Valladolid e a Siviglia. Riservato e balbuziente, il piccolo Miguel dovette abituarsi alle delusioni e alle frustrazioni fin dall’infanzia. Studia con il precettore López de Hoyos che lo avvicina in età adolescenziale ai classici della letteratura, indirizzandolo allo studio della lingua romanza. Ma il carattere difficile dell’irruento Miguel lo distolse presto dagli studi per districarsi in picaresche avventure giovanili. Nel 1568 sfidò un certo Antonio Sigura in un duello con la spada, come ricorderà egli stesso, molti anni dopo, nelle “Opere di Persile e Segismunda” «…gli ho dato due coltellate alla testa molto ben assestate con cui andò così in confusione da non sapere cosa gli fosse accaduto. Il sangue gli scorreva lungo la testa da una delle due ferite“. Cervantes credette di averlo ucciso e fuggì d’istinto per paura di essere incarcerato in quanto all’epoca i duelli erano severamente proibiti e l’omicidio punibile con la morte. Sebbene il suo avversario fosse sopravvissuto, i giudici lo condannarono in contumacia all’esilio e con l’ordine che gli fosse tagliata la mano destra. Cervantes sfuggì alla condanna rifugiandosi a Roma dove lavorò come servitore del cardinale Giulio Acquaviva, all’ombra del quale entrò in contatto con le opere classiche di Orazio e Virgilio e dei massimi poeti italiani, tra cui Dante, Petrarca e Boccaccio.

Lì avrebbe potuto iniziare la sua carriera di letterato, ma il suo spirito avventuroso lo spinse alle armi e si arruolò in uno dei Tercios italiani, quello di Napoli, a metà del 1570. Navigò e iniziò la carriera nel rango più basso dell’esercito e fu coinvolto per la prima volta in combattimento nella grande battaglia di Lepanto. Era domenica 7 ottobre, quando le due grandi flotte si incontrarono nell’omonimo golfo. Le forze erano considerate equilibrate: i cristiani schierarono 207 galee, sei galeazze, 1.215 cannoni e circa 90.000 uomini tra marinai, soldati e rematori; ei turchi avevano 221 galee, 38 galeotti, 18 fuste e 750 cannoni. Cervantes quel giorno, a causa di una violenta febbre, fu esonerato dal combattimento dal capitano della galea “La Marquesa, che avrebbe poi combattuto all’ala sinistra dello schieramento navale cristiano comandata dall’ammiraglio veneziano AgostinoBarbarigo. Sembrerebbe che Cervantes protestò urlando che per lui era meglio la morte che starsene ozioso sotto coperta in quell’unico fatale frangente, riuscendo così a convincere il comandante della nave a impiegarlo in battaglia. Lo scrittore salì quindi febbricitante su un battello, a capo di dodici uomini, combattendo al fianco de “La Marquesa” e spingendosi in avanti per far fuoco più da vicino contro le navi turche. Come soldato alle prime armi Cervantes doveva occuparsi della protezione degli archibugieri in posizione più avanzata nella scialuppa, probabilmente lanciando artefatti incendiari ed esponendo il proprio corpo al nemico. Nello scontro tre palle di archibugio lo centrarono al petto, e una gli disfece, come sappiamo, la mano sinistra. Come amava dire, “a maggior gloria della destra”, ricordando l’episodio e considerandosi fortunato per avere conservato la possibilità di scrivere. L’episodio gli darà il soprannome con cui era conosciuto dai posteri: il Manco di Lepanto, canzonatura di cui era particolarmente orgoglioso, basata anche sulla “rima in assonanza” dato che in  Spagna la parola Lepanto è pronunziata accentando la vocale “a” e non la “e” come in  italiano. La mortalità in quelle postazioni di combattimento era molto elevata e uscirne vivo fu un vero miracolo. Tra la vita e la morte Cervantes fu condotto e curato per alcuni mesi all’ospedale di Messina.

La battaglia che egli definisce “prodigiosa” viene decantata nei suoi scritti come “l’evento più alto e la più alta occasione di passione e di gloria che abbiano visto i secoli passati e ora i presenti, se non i futuri”. Prosegue dicendo che egli preferisce essersi trovato presente a quello scontro favoloso, pur col duro scotto pagato, piuttosto che sentirsi di nuovo sano delle sue ferite senza aver preso parte a quella “ocasion” invidiata dai Cristiani coraggiosi e fedeli di tutti i tempi. Ché se ora è uno storpio, come gli rinfacciano stupidamente certi nemici e invidiosi, la sua storpiatura non se l’è procurata appunto in nessuna taverna, in qualche rissa di bassa osteria, ma in una giornata d’armi e di ardori, vissuta combattendo contro “il crudele popolo infedele“. Riportiamo il brano di quell’istante immortalato dalle sue parole :” In quella dolce occasione io ero triste, con una mano che afferrava la spada, e il sangue dell’altra che diramava giù. Sentivo il petto piagato da una profonda ferita, e la sinistra era lì, già spezzata in mille parti. Però il giubilo, che mi prese l’anima vedendo vinto il crudele popolo infedele da quello cristiano, fu tanto, Re e Signore mio, che non capivo se ero ferito davvero. Dunque era tanto mortale il mio sentimento (di gioia) che talora mi strappava via la coscienza (del dolore).”

Ma Cervantes non riesce a tenersi lontano dai pericoli e nei due anni successivi all’epica vittoria è attivo militarmente tra la Tunisia e la Grecia. Passò un periodo in cui non si sa bene che cosa combinò, e nel settembre del 1575 Miguel de Cervantes si imbarcò a Napoli insieme al fratello Rodrigo nella galea “El Sol” diretta in Spagna. Nella borsa porta il suo congedo firmato da Don Juan de Austria, e il suo certificato di servizio firmato dal Duca di Sessa che gli avrebbero permesso di richiedere una licenza di Capitan che, se l’avesse ottenuta, gli avrebbe consentito di rientrare in Italia al comando di un suo proprio Tercio (corpo militare). Ma tutto cambiò quando la galea El Sol fu circondata ed abbordata al largo delle coste catalane dai corsari barbareschi guidati da un rinnegato albanese, Arnaute Mamì. Stremati dalla battaglia i passeggeri de El Sol si dovettero arrendere ai corsari che li portarono ad Algeri dove Cervantes rimase imprigionato per cinque anni. Lo scrittore tentò la fuga per ben tre volte, ma ogni suo tentativo andò a vuoto. Nell’ottobre del 1580, grazie all’intervento di alcuni missionari trinitari, riuscì ad ottenere la libertà con il pagamento di un riscatto. Cervantes nel 1581 torna in Spagna dove trascorre gli anni in pesanti ristrettezze economiche. Nel 1584 si sposa con la vedova diciottenne Catalina de Salazar y Palacios e vive nella casa della moglie ad Esquivias (Toledo). Ma ben presto si accorse che l’attività di scrittore non gli permetteva di mantenere la nuova famiglia. Si vide quindi costretto a trovarsi un’occupazione più concreta. Fu prima commerciante di grano e poi esattore di tasse. Questi non erano certo lavori adatti ad un poeta, tanto che commise alcuni gravi errori a causa dei quali perdette l’impiego e nel 1597 fu addirittura imprigionato, cadendo di nuovo nell’amarezza e nella miseria. Nel 1602, sarà arrestato una seconda volta a Siviglia perilleciti amministrativi e verrà liberato subito dopo. Trascorre gli anni successivi a Valladolid insieme alle due sorelle e alla figlia Isabella. Nel 1605 Cervantes subisce un nuovo processo: fu trovato nelle vicinanze della sua abitazione il cadavere del cavaliere Gaspar de Ezpeleta e i sospetti ricaddero su di lui: ma questa volta i giudici gli credettero e lo prosciolsero per mancanza di prove.

Nel 1605 lo scrittore finalmente pubblicò la prima parte del suo famoso romanzo “Don Chisciotte”. Il successo fu immediato e incoraggiante. Seguirono molti anni di proficuo lavoro e di vita tranquilla, anche se da qualche anno il romanziere non godeva ormai più di buona salute. Comunque nel 1615 riuscì a completare la seconda parte del romanzo che superò il successo del primo tomo. Ma fu anche l’ultima grande soddisfazione della sua vita. Infatti, la morte fermò la sua penna l’anno seguente, a 69 anni d’età.

Miguel Cervantes de Saavedra sarà sepolto nel convento dei Trinitari Scalzi a Madrid e pare che il corpo fosse stato successivamente spostato in una fossa comune. In realtà, solo recentemente nel 2015, dopo circa 400 anni, si scoprirà che i suoi resti si celavano dietro un muro dello stesso convento in cui si trovava la sua tomba, traslata poi nella madrilena chiesa di San Ildefonso.

Foto: Monumento a Cervantes in Plaza de España a Madrid

Commento sulla “BATTAGLIA DI LEPANTO”

La battaglia di Lepanto, detta anche battaglia delle Echinadi o Curzolari, fu uno scontro navale occorso il 7 ottobre 1571, nel corso della guerra di Cipro, tra le flotte musulmane dell’Impero ottomano sotto il comando di Alì Mehemet Pascià e quelle cristiane della Lega Santa guidate da Don Giovanni d’Austria.

La Lega Santa  riuniva le forze navali cristiane formate in gran parte dalla Repubblica di Venezia e l’altra metà composta congiuntamente dalle galee dell’Impero spagnolo, dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana del Ducato di Urbino, della Repubblica di Lucca, del Ducato di Ferrara e del Ducato di Mantova. 

Molti storici sono concordi nel riconoscere che gran parte del merito della sua vittoria debba essere ascritta a Sebastiano Venier, 75enne Duca di Candia, e “General de Mar” della Repubblica di Venezia, oltre che allo sforzo Politico di Marcantonio Colonna, comandante pontificio, che fu in grado di smussare i contrasti tra Spagna e Venezia mantenendo l’unità d’intenti della flotta. Immagine: 7 Ottobre 1571: Battaglia di Lepanto

Articolo del S.Tenente CC. Pil. cpl  (r)  Giuseppe Coviello

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