La tensione è alta anche tra le persone perbene. O tra quelle che credevamo lo fossero.

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La tensione è alta anche tra le persone perbene. O tra quelle che credevamo lo fossero.

Lo scontro sociale confinato sui social.

Viviamo, oltre che gli effetti emotivi e le conseguenze economiche di questa pandemia, anche gli albori di un conflitto sociale sino a poche settimane fa rimasto – più o meno, salvo rare manifestazioni pubbliche – confinato sui social.

Abbiamo visto alla TV la devastazione delle vetrine dei negozi da parte di coloro che manifestavano proprio a favore del commercio e della ristorazione… (strana solidarietà, quella…) e se abbiamo capito che in molti cortei si infilano i soliti delinquenti potenziali – quelli che della causa se ne fregano e vogliono solo poter commettere atti di vandalismo – la tensione è alta anche tra le persone perbene. O tra quelle che credevamo lo fossero.

Sui social “sono solo parole”, ma possiamo leggere ogni giorno quanta violenza compressa definisca persone che magari frequentiamo. O meglio frequentavamo, perché anche a questo ha portato il covid: chi ne scrive o ne parla, proprio per come ne scrive e ne parla può non starci più bene. Possiamo non amare più l’idea di avere vecchie conoscenze tra i nostri contatti, perché improvvisamente si sono rivelate arroganti, eccessive, convinte di avere il diritto di trattare a pesci in faccia tutti coloro che hanno opinioni diverse. E questo non va bene.

Quanti hanno chiuso l’accesso ai loro profili social a persone con le quali si scambiavano opinioni da anni? Il fenomeno è dilagante e sorge il legittimo sospetto che possa essere solo un’anticipazione di quanto potrebbe avvenire nella realtà, se al virus non verrà sbarrata la strada in tempi brevi.

La cronaca registra fatti a dir poco inquietanti ad opera dei negazionisti: c’è chi insegue le ambulanze per dimostrare come in realtà siano vuote e si aggirino a sirene spiegate solo per seminare il terrore; c’è chi entra non autorizzato in sale d’aspetto d’ospedale deserte, e filma per dimostrare che gli ammalati in coda non esistono.

Un noto negazionista biellese è diventato virale con un filmato girato col cellulare in una di queste sale, ma… si è guardato bene dal riprendere anche un enorme cartello nel quale, a caratteri cubitali, per via del covid che impone il distanziamento, si vietava di accedere e sostare. C’è chi è stato denunciato per aver insultato o aggredito medici e infermieri e persino chi, bisognoso di cure immediate e di un caschetto per respirare meglio, ha dato in escandescenze accusando il personale medico di volerlo uccidere! E vi è chi, per ritorsione, ha devastato ambulatori e persino postazioni in terapia intensiva.

Ci auguriamo che intervenga il buonsenso a fermare un delirio che invita a nozze il covid. Il covid che esiste, facciamocene una ragione tutti. Speriamo che si recuperi il senso della misura che sembrerebbe andare perdendosi, con il solo risultato di alzare il livello dell’ansia collettiva.

Sapevamo sin dal lockdown dello scorso marzo come parte della popolazione rischiasse momenti di disagio emotivo, quando non psichico. Sapevamo che certi conflitti si sarebbero inaspriti e che coloro che vedevano tracollare le loro attività avrebbero perso la calma, ma… tra il terrore del virus e una sana paura – che significa attenzione e rispetto alla salute propria e altrui – devono esistere le vie di mezzo.

Non dobbiamo perdere il senso della tolleranza, ricordandoci che possiamo vivere ansie diverse: per qualcuno l’ansia è rappresentata dalla percezione di essere vittima di un disegno terribile, per altri è conseguente non solo al virus, ma anche a coloro che, negandolo, danno l’idea di contribuire a rallentare – quando non a invalidare – la “guerra mondiale” che tenta di fermarlo.

Qualcuno si sente invincibile, altri troppo fragili. Resta il fatto che oggi più che mai sia bene usare la testa.
Qualcuno ha scritto che nei momenti duri le persone intelligenti cercano soluzioni, gli sciocchi cercano colpevoli.
Niente di più vero.

La Redazione

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