Le Canarie e la guerra. Globalizzazione ed alleanze energetiche saranno drasticamente ripensate

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Le Canarie e la guerra. Globalizzazione ed alleanze energetiche saranno drasticamente ripensate

Stare zitti non si può, eppure è già stato detto tutto. Del dolore degli altri, per rispetto, preferiamo non parlare. Ognuno di noi cerca di fare i conti con ciò che sente, vede, legge (e spesso subisce), come può.

E siccome Putin non ha ancora chiamato la nostra redazione, né ci siamo collegati via Zoom con Zelenskyy, preferiamo non azzardarci con ipotesi che spesso sbagliano anche coloro che di mestiere cercano di indovinare cosa fanno i potenti, per non parlare dei sapientoni di Facebook, di cui, francamente, abbiamo le scatole piene. L’unica cosa certa, è che in Europa, l’Ovest è chiamato a comprendere l’Est. Il processo di integrazione dei paesi dell’Est, negli ultimi trent’anni, è avvenuto a senso unico.

E quindi, altrettanto certo è che questa guerra ci riguarda, a noi Europei, come mai prima d’ora, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le reazioni dei nostri governanti ce lo fanno comprendere. Ed è anche per questo che le reazioni dei cittadini europei sono diverse. Qui non è questione di profughi di serie A o B, e le decisioni della Polonia, per fare un esempio, lo dimostrano. Un conto è avere Svizzera e Austria come paesi confinanti, un conto la Bielorussia, se non addirittura l’exclave russa di Kaliningrad che ti alita sul collo. La percezione di dolore, paura, preoccupazione, si rende tangibile quando riusciamo (nostro malgrado), ad identificarci con questi sentimenti. Se provassimo empatia per ogni situazione di sofferenza nel mondo, impazziremmo. Quindi, mi cimento in psicologia spicciola, e presumo che siano meccanismi di auto-protezione, e identificazione, quelli che ci fanno scegliere quando preoccuparci ed eventualmente soffrire per gli altri, quando no. Non so invece come descrivere quei meccanismi che ci fanno supporre, qualunque opinione ci si sia fatta della guerra, che noi, in Occidente, si rimanga intoccabili.

Siamo nati in un Occidente che dominava il mondo. I vantaggi di questo dominio li sfruttiamo quotidianamente, ma quasi mai consapevolmente. Anzi, ultimamente va di moda disprezzarli. Ma il timore che un ciclo si stia chiudendo, come sempre accade nella storia, si fa sempre più fitto. Nuovi scenari all’orizzonte, nuovi attori, e la fine di questo “ciclo” potrebbe essere più traumatica di quanto immaginiamo. Globalizzazione ed alleanze energetiche saranno drasticamente ripensate. Il processo è già cominciato. “La via del gas” sta producendo nuovi (dis)equilibri geopolitici e nuove sfide per le alleanze consolidate. Ad Est, ma anche a Sud, con nuovi scenari nell’Africa del Nord con cui dovremo confrontarci, e che ci vedranno di volta in volta, insieme o contro i nostri stessi alleati.

Vivere in Occidente vuol dire, per noi che abitiamo alle Canarie, sentirci in Europa, anche se le vagonate di sabbia che regolarmente respiriamo quando arriva la Calima, dovrebbero ricordarci che ci troviamo invece in Africa. Vivere alle Canarie vuol dire godere dei frutti della Dea “Logistica”, diabolica e meravigliosa creatura dell’Occidente, che ci fa arrivare regolarmente il buon caffè italiano, perché quello canario, a berlo, proprio non ci riusciamo. Vivere alle Canarie come piace a noi, vuol dire beneficiare di determinate alleanze, accordi politici, economici e burocratici, facilitazioni amministrative sempre più efficaci (vedi il nuovo Vice-Consolato ad Arona, Tenerife), che ci auguriamo resistano allo “stress-test” appena cominciato.

Purtroppo veniamo da due anni di pandemia, che ha messo in ginocchio la nostra economia anche e più di altre realtà in Europa, proprio perché noi siamo un’estensione isolata in mezzo all’acqua, e per questo, fondamentalmente virtuale.

L’Europa, vecchia, grassa e ansiosa, è stata messa a dieta. Incrociamo le dita, e speriamo che il risveglio dal nostro decadente torpore non sia troppo brusco.

Antonina Giacobbe

immagine: studiarapido

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