Ma i Comites a cosa servono? Peccato che in Italia nessuno li conosca. E tra gli italiani residenti all’estero?

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Ma i Comites a cosa servono? Ma i Comites a cosa servono? Peccato che in Italia nessuno li conosca. E tra gli italiani residenti all’estero?

Elezioni in vista. Il prossimo 3 dicembre avranno luogo le elezioni per il rinnovo dei Comites. Ma cosa sono esattamente i Comites? Stando alle definizioni ufficiali, “i Comites – Comitati Italiani Residenti Estero-, sono organi elettivi che rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all’estero, per quanto riguarda i rapporti con gli Uffici Consolari, con i quali collaborano per individuare le necessità di natura sociale, culturale, civile della collettività italiana”. Peccato che in Italia nessuno li conosca.

E tra gli italiani residenti all’estero? La situazione non cambia molto. Alle ultime elezioni per il rinnovo dei Comites, nel 2015, ha votato il 3,75% degli aventi diritto al voto. Questo dato da solo dovrebbe bastare per rispondere al titolo dell’articolo, con due sole parole: “A NULLA”. I Comites ricevono fondi da Roma, ma i membri non percepiscono alcun ricompenso, perché tali fondi servono solo per la realizzazione di progetti ed eventi. Ma la sensazione, di questi tempi, è che il numero di persone entusiaste di fare volontariato sia sempre più esiguo.

La prima volta che ebbi a che fare con i Comites fu in Argentina, paese di storica emigrazione italiana, che vanta una lunga tradizione nella gestione dei fondi ministeriali, mentre alle Canarie si è solo all’inizio. La sensazione fu quella di avere effettivamente a che fare con un reparto affiliato del Consolato della città in cui risiedevo, ovvero quella di dover obbligatoriamente confrontarmi con istituzioni lontane dai cittadini. Perché chiariamolo ancora una volta: i problemi della rete consolare italiana sono strutturali. Chi vuol farvi credere che siano da attribuire ad un rappresentante piuttosto che un altro, ha spesso l’unico obiettivo di sostituire quel rappresentante con uno più vicino al proprio sentire -guarda tu che strano-. I Comites, in effetti, sembrano più un club per pochi intimi, dove si vedono sempre le stesse facce, e, soprattutto, si spartiscono gli stessi favori.

C’è chi dice che i Comites dovrebbero essere aboliti assieme al CGIE, soprattutto perché i fondi a loro destinati si sarebbero potuti utilizzare per evitare la riduzione dei parlamentari all’estero. Entrambi (Comites e CGIE) hanno un costo elevato, circa 25 milioni di Euro per i 5 anni del mandato. Per le ultime votazioni del 2015 – quelle a cui parteciparono il 3,75% degli aventi diritto al voto – erano stati spesi circa 9 milioni di Euro, perché la data delle elezioni si dovette spostare di 6 mesi, a causa della scarsissima iscrizione per ottenere il diritto al voto dei connazionali (fonte: progetto-radici.it).

In effetti, negli ambienti si sta parlando di una riforma dei Comites, che Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero e le politiche migratorie della Farnesina, definisce “un tema non solo attuale ma urgente”. Lo stesso Vignali è intervenuto a fine ottobre sul tema della “Riforma della disciplina dei Comites” presso la Commissione esteri della Camera dei Deputati. La riforma si renderebbe necessaria perché le cose sono molto cambiate da quando i Comites, nel 2003, vennero istituiti. All’epoca gli italiani all’estero erano meno della metà di quelli di oggi e ci sarebbe bisogno di un aggiornamento.

In realtà Vignali espone un quadro abbastanza ottimistico della situazione, spendendo anche parole d’elogio verso questi organismi, che “hanno dato dimostrazione di un loro dinamismo in varie settori: valorizzazione delle comunità all’estero, valorizzazione della nuova mobilità, assistenza ai connazionali durante la pandemia, il nuovo filone del turismo delle radici. Tutto questo i Comites lo hanno realizzato e dal 2015 ad oggi sono stati realizzati 250 progetti circa per i nostri connazionali all’estero

Quindi, secondo Vignali, i Comites rappresentano un valore aggiunto. Ma l’aumento degli italiani all’estero richiede un ripensamento di ruolo e funzioni di questi organismi, verso i quali, in vista delle prossime elezioni, si è registrata una maggiore partecipazione rispetto alle scorse elezioni, con il 55% di liste in più. Sembra esserci quindi voglia di partecipare e mettersi in gioco, anche e nonostante la pandemia.

L’associazionismo alle Canarie ha avuto fino ad ora breve vita, soffocato da personalismi, invidie, interessi di parte, pratiche scorrette e concorrenza sleale, generando nella gente comune e per bene una certa diffidenza verso talune rappresentanze. Al nuovo Comites di Arona (Isole Canarie) spetterà un compito difficile e non resta che augurarsi che ne sia all’altezza, magari anche grazie a qualche volto nuovo, capace di portare un po’ di freschezza nell’aria stantìa della casa italiana.

Francesca Passini

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