Il virus della paura nelle “Isole Felici”

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Il virus della paura nelle “Isole Felici”

L’Editore: 2020 Vivi Tenerife e la nuova decade

Un paio di settimane fa, pensando a cosa scrivere su questa rubrica per il mese in pubblicazione (il mese di marzo), ricordavo i primi anni, qui a Tenerife. Anni in cui non percepivo la grave crisi economica delle Isole Canarie, perché il mio nuovo progetto di vita mi assorbiva completamente: vivere in un’isola “felice”, senza stress, con tanti panorami suggestivi.

Tutto questo mi impediva di vedere chiaramente che la situazione era più pesante rispetto all’Italia. Ma qualche anno dopo, i negozi – vuoti fino a quel momento – hanno riaperto le saracinesche, dando nuova vita alle strade. I negozi vuoti – oggi – sono molti meno, anche se a volte non so valutare, se quei locali in attività rimangano aperti sotto la stessa gestione o invece la cambino troppo spesso. I ristoranti lavorano, i centri commerciali anche.

Ma quanti imprenditori sono riusciti a portare avanti la propria attività in questi anni? Quanti invece hanno aperto e chiuso in un batter d’occhio? Numeri alla mano? Non li ho. Ma l’esperienza mi insegna che chi plasma il proprio lavoro orientandosi a certi valori, si allena per vincere quella maratona che è la vita. Ed è proprio di valori che c’è bisogno, ora più che mai. Perché le riflessioni che ho appena condiviso, sono state bruscamente interrotte dagli avvenimenti degli ultimi giorni.

È successo a me, come ad ognuno di voi. Ma anche in una realtà che non conoscevamo – e mi riferisco a coloro che non hanno mai vissuto in paesi a rischio sanitario – vale la regola dei valori. Sono questi che ci sostengono, nei momenti di smarrimento.

Alcuni valori sono scontati, altri diventano insospettatamente prioritari. Mentre scrivo queste righe, il panico in Italia non va scemando, ci rimane da vedere se invece si diffonderà a Tenerife.

A questo punto, diventa necessario cercare e mantenere lucidità. Saper discernere le informazioni dalle “fake news” diventa un dovere, di cui ogni individuo dovrebbe farsi carico. Chi opera nella comunicazione, ha sicuramente una responsabilità maggiore, ma non per questo non ci si deve sentire personalmente responsabili.

Comprendere la differenza tra preoccupazione e panico, tra attenzione e angoscia, tra distanza e indifferenza. Le emozioni sono nostre, come anche i pensieri. Coltiviamoli bene, contrastiamo la pigrizia, della mente e del corpo, e sforziamoci di tornare a scegliere. La responsabilità altro non è, che l’abilità di rispondere. Torniamo abili, facciamoci questo gran favore.

Antonina Giacobbe

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