1861-2011 festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia 

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1861-2011 festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia

Nel n. 1 di Vivi Tenerife e a pag. 2, ho aperto con questo articolo di Anna Titagallo. Fervono in i preparativi peri festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il 17 marzo è stato proclamato festa nazionale e sono molti i comuni, piccoli o grandi, che stanno mettendo a punto in questi giorni il programma delle manifestazioni da mettere in atto durante questa ricorrenza speciale. Più o meno ovunque, sappiamo già che vedremo sventolare il tricolore alto e raggiante.

Saranno molti i negozi che lo esporranno, così come saranno molti i cittadini che tireranno fuori dal cassetto quella bandiera che, purtroppo, spesso viene mostrata con orgoglio solo durante i match di calcio della nazionale.

Eppure, gli italiani sentono forte dentro di sé il senso della patria e ci tengono a ribadire quell’italianità che portano nel cuore anche quando si trasferiscono all’estero…

In questo numero, il n. 6 , chiudo questo anniversario , “150 anni dell’Unità d’Italia” con…
FACILE DIRE TRICOLORE…

A COSA SERVONO LE BANDIERE E COSA RACCONTANO.
Negli ultimi anni la bandiera italiana è tornata ad essere un simbolo onnipresente, grazie ad alcune circostanze che delineano il profilo dell’italiano di oggi: mondano e mediatico.

2006 la nazionale di calcio vince i mondiali in Germania. Tutto il Paese si scopre unito nel risultato e il tricolore fa capolino dalle automobili strombettanti, dai motorini che sfrecciano per il centro delle città in festa e sulle magliette alla moda. L’inno viene imparato e cantato allo stadio, per strada, alla radio e alla televisione.
2011 l’Italia unita compie 150 anni. Ogni capoluogo, ogni amministrazione, si sente in dovere di realizzare qualche evento che celebri l’importante anniversario.

Si organizzano così convegni, ripassi collettivi della storia risorgimentale, si rispolverano eroi nazionali come Giuseppe Garibaldi, si riscoprono figure appassionanti del periodo, si sprecano analisi storiche sul processo di unificazione e suoi suoi nodi irrisolti.

Sono così almeno cinque anni che gli italiani si sono riscoperti ‘popolo’, con una storia comune sintetizzata dal tricolore.

I due eventi sopracitati non sono così distanti fra loro come potrebbe sembrare di primo acchito. L’oggetto ‘bandiera’ di fatto nacque come simbolo identificativo di un’appartenenza, necessario nelle contese.

Inizialmente le bandiere altro non erano che stemmi araldici e dinastici del signore sotto i cui colori si andava in guerra. I colori dovevano essere ben evidenti per individuarsi nella mischia dei campi di battaglia.

Così le prime bandiere ‘nazionali’ riproponevano lo stemma e i colori della casata regnante su un dato territorio.

Ecco il perchè della bandiera bianca per la resa, in cui ogni appartenenza veniva abbandonata, o della Jolly Roger dei pirati seicenteschi (il teschio con due ossa incrociate). Anche in mare infatti, principale via di commercio, la bandiera issata sul pennone della nave aveva un’utilità identificativa e i pirati decisero di non essere da meno degli stati.

Si trattava di un uso psicologico del simbolo. Scopo dei corsari era catturare le navi intatte con il loro carico di beni e di uomini, e la bandiera nera doveva terrorizzare e annichilire ogni volontà di resistenza.

Ma se la nave abbordata non si arrendeva alla vista della Jolly Roger allora veniva issata la ben più temuta bandiera rossa, che stava ad indicare, fin dagli assedi del medioevo, che la conquista sarebbe avvenuta con la forza e senza pietà.

Si afferma così, soprattutto dal XVII secolo in poi, questo uso psicologico delle bandiere, non più solo identificative dunque di una appartenenza territoriale.
E’ tuttavia nel corso dell’800, sulla scia della Rivoluzione francese, che si diffondono le bandiere ‘ideologiche’, ‘politiche’.

Il tricolore francese viene preso a modello dai tanti rivoluzionari patriottici della vecchia Europa, come l’Italia, per manifestare la fedeltà ai principi ispiratori della Rivoluzione.

La bandiera rossa diviene invece, e per caso, il drappo degli oppressi e dei movimenti che se ne fanno portavoce: i repubblicani della prima ora, i socialisti, sindacati vari.

I miseri della terra insomma che si sentono uniti nella loro condizione, indipendentemente dal luogo di provenienza. Non a caso i mille garibaldini indossano una camicia rossa, sono giovani, al passo con i sommovimenti che vogliono scardinare il vecchio ordinamento mondiale, e provengono da diversi stati italiani.

Dal 1789 in poi il destino degli stati non verrà più deciso e pilotato solo dalle classi regnanti, entra in scena il popolo, o meglio, la borghesia, l’emergente potere economico che in Italia, come ad esempio in Germania, sarà il vero artefice dell’unità nazionale.

La bandiera italiana nasce nel 1797, quando il genio militare di Napoleone Bonaparte vinceva sul campo e la sua lungimiranza politica conquistava adepti. In quel tormentato fine secolo a Reggio Emilia si riuniscono a congresso i rappresentanti delle città di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara che vi proclamano il vessillo della Repubblica Cispadana – stato sorto sotto la protezione delle armi francesi- di tre colori: verde, bianco e rosso.

Con la Restaurazione del 1815 i colori nazionali vengono messi al bando mentre sotterraneamente non si arresta l’istinto innovatore. Sorgono ovunque nella penisola società segrete dove continuare a sognare ed organizzare un’altra Italia. Con i moti del 1831 il tricolore torna a sventolare, anche se per poco tempo.

Quando nel 1848 Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria, dominatrice della penisola, il tricolore diviene la bandiera dell’indipendenza e della nazionalità italiana, ovviamente arricchita dallo stemma sabaudo (la croce bianca in campo rosso, orlato di azzurro).

Con l’unificazione progressiva della penisola, sotto l’ala politica dei Savoia, farà la sua comparsa sul vessillo anche la corona. In questa forma grafica il tricolore viene mantenuto anche con la proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, fino al referendum del 1946 che sancisce la nascita della Repubblica.

Abbiamo così un simbolo non più dinastico, il tricolore, che viene però fatto proprio dalla casa regnante che porta a termine l’unificazione della penisola italiana. Una casa regnante più eclettica di altre che riesce così a conservare, anzi ad accrescere, la propria posizione.

Tanta lungimiranza tuttavia ha i suoi limiti. Così come la bandiera anche l’Italia viene di fatto colonizzata dal Piemonte, sicuramente una regione trainante a livello economico e culturale. La ‘piemontesizzazione’ viene palesata dal titolo di re d’Italia che Vittorio Emanuele II di Savoia assume mantenendo il genealogico ‘II’ anziché denominarsi ‘I’. La storia prosegue non comincia.

Certo l’unità fu un progetto di pochi che per i tanti, il popolo, divenne una più elementare speranza di cambiamento in meglio: problema della terra per i contadini, mal governo, occupazione straniera, rappresentanza politica dei nuovi ceti emergenti.

Quando anche in Italia ci si rende conto che il Risorgimento aveva finito per essere un mezzo di conservazione, il gattopardesco “bisogna che tutto cambi perchè tutto rimanga com’è”, saranno altre bandiere ad attrarre le masse e gli intellettuali progressisti, quelle dei movimenti e dei partiti politici.

Il tricolore tornerà a far parlare di sé con il nazionalismo delle guerre coloniali e mondiali, con la Repubblica, con le vittorie sportive – dove ancora permane la dicitura sabauda di ‘azzurri’ per gli atleti-, con i premi nobel e cinematografici. Una popolarità, la sua, altalenante in base alle varie fasi politiche ed economiche del Paese.

Attualmente il tricolore è stato riscoperto anche a sinistra. La bandiera italiana, solitamente identificata con il nazionalismo della destra, in questi ultimi tempi è divenuta invece il simbolo di quanti si riconoscono nella Costituzione, argine alle derive xenofobe e secessioniste.

Le bandiere insomma sono simboli che raccontano storie.

Gemma Bigi  www.anpi.it

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