Ancora se ne parla: Sanremo 2021 ha vinto, punto e basta

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Ancora se ne parla: Sanremo 2021 ha vinto, punto e basta

Le canzoni di Sanremo 2021 si ascoltano ininterrottamente sulle emittenti radiofoniche italiane. Le statistiche ad personam non contano nulla, eppure non mi ricordo un anno in cui la vita delle canzoni presentate a Sanremo sia continuata così intensamente proprio lì dove corrisponde: in radio. Questo è il risultato più importante della manifestazione musicale di quest’anno. Altro non conta.

Eppure su tutto ciò che è “altro” è lecito riflettere. Per i giovani, per lo meno dagli anni ’80 in poi, Sanremo era di una noia mortale. Impossibile ascoltare, impossibile vedere. Un Mammut che si trascinava nel palinsesto televisivo per serate che sembravano interminabili. Esisteva un divario tra ciò che proponeva questo evento, e la realtà radiofonica dell’epoca. Certo, ogni tanto nasceva una stella, e (quasi) tutti i grandi della musica italiana sono passati di lì. Ma si trattava comunque di un evento lontano dal sentire giovanile: forse piaceva “ai vecchi”. Il distacco tra le proposte del palco e quello che poi la gente ascolta davvero, è durato anni. Fino a quando qualcuno ha osato cambiare. La prima rivoluzione recente porta la firma di Claudio Baglioni. Sapeva che la gente, comunque, ha voglia di cantare. In questo caso, guarda caso, le sue canzoni. Ci siamo prestati simpaticamente alla sua personale esibizione, e abbiamo cantato come non facevamo da tempo.

Amadeus e Fiorello sono riusciti a creare un programma adatto ad una “social TV”. Le condizioni per farlo erano paradossalmente perfette. Niente pubblico reale, solo utenti virtuali. Lo share televisivo pare non sia andato bene, in questa edizione. Ma lo share televisivo considera anche i numeri di interazione sui Social Network? L’edizione di Amadeus e Fiorello è forse l’esempio più eclatante di una “Social Tv” di successo, l’unica strada da percorrere, per mantenere in vita la nostra (ormai) vecchia e cara TV. La social Tv esiste già da qualche anno, ma forse solo con questa edizione di Sanremo è diventato chiaro a tutti di cosa si tratta. Le scelte musicali sono state in grado di rivolgersi a tutti. Dalla nostra “Oriettona”, i cui gioielli ed anelli facevano invidia ai peggiori rapper dei sobborghi americani, fino alle ex-band di strada, come i Måneskin, che hanno osato vincere il festival. Tutti si sono prestati al grande gioco, in una situazione surreale, come quella contraddistinta dal Covid-19.

Un mix di giovani e “giovani da tanto tempo”, in un contesto nazional-popolare come raramente si è visto negli ultimi anni, complici le difficoltà del paese e la mancanza di fondi per invitare i grandi big internazionali. Chi lamenta una certa “alienazione” del Festival dalla sua tradizione, ha ragione: il Festival si deve adattare alla realtà che cambia, se vuole sopravvivere. Il ricambio generazionale può far male, ma è un processo “sano”, inevitabile, ed è un bene che sia così. La musica cambia e il Festival deve tenerne conto. Nel mondo ci sono dozzine di festival musicali, ma sono pochi a riflettere la realtà di un paese come quello di Sanremo. La stampa anglo-americana snobba il nostro festival, non citandolo mai nelle classifiche dei Festival. Eppure, nell’era moderna, il Festival di Sanremo è sicuramente tra i più longevi al mondo. Quando poi riesce ad abbracciare tutti i principali generi musicali, rappresenta qualcosa di unico al mondo.

È soprattutto un Festival che rispecchia una cosa che gli italiani amano fare, più di tanti altri popoli: cantare. Gli autori del Festival negli ultimi anni lo hanno capito , inserendo le esibizioni “cover”, sempre più seguite. Ed è durante queste esibizioni che ci si rende conto, soprattutto se si è vissuto all’estero, di quanto sia immenso il nostro patrimonio canoro. Se è vero che “Made in Italy” è tra i termini di ricerca su Google più digitati al mondo, lo si deve anche ad un altro nostro “prodotto di eccellenza”: il canto.

Mettiamoci dentro al calderone anche quello che il nostro orecchio mal sopporta: non importa. Per una settimana intera, la settimana di Sanremo, il paese parla di musica, ed è una cosa meravigliosa: il Recovery Fund s’inchina ad Orietta Berti, accantonato in un angolo, fosse solo per poco. In momenti come questi, cantare aiuta a dimenticare, almeno per un po’. “Canta che ti passa”, dicevano. Ma chi lo diceva? Secondo Wikipedia, è un modo di dire molto diffuso nella lingua italiana: “un invito a non spaventarsi e a curare le preoccupazioni e i timori con il canto. Pare che l’espressione sia stata incisa in una trincea da un soldato sconosciuto durante la Prima guerra mondiale: l’ufficiale e scrittore Piero Jahier la trascrisse come epigrafe di una raccolta di Canti del soldato (Milano, 1919). Nella prefazione (firmata con lo pseudonimo di Pietro Barba), Jahier parla del «buon consiglio che un fante compagno aveva graffiato nella parete della dolina: canta che ti passa»”.

C’è poi anche la scienza: è ormai provato che il canto fa aumentare le difese immunitarie e comunque sia, non presenta controindicazioni.

Francesca Passini

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