Cristina Fabbrini: da Bergamo e Lodi, atrocemente ferite, a Tenerife l’isola dei suoi sogni

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Cristina Fabbrini: da Bergamo e Lodi, atrocemente ferite, a Tenerife l’isola dei suoi sogni

Nata a Bergamo, residente nel Lodigiano per qualche anno, ora stabilmente a  Tenerife, Cristina ci racconta la sua gente e i suoi pensieri. 

Se guardo fuori dalla finestra vedo l’Oceano. È ciò che ho sempre desiderato, quello per cui ho lavorato. Sono felice di trovarmi qui, su quest’isola gentile che anche nel silenzio delle strade deserte sussurra la sua promessa di felicità.

Sono arrivata qui per un soffio, dopo una lunga e attenta pianificazione: era il 9 di marzo 2020. Ultimo volo disponibile da un’Italia ferita a morte che chiudeva le proprie frontiere. Io, Bergamasca trapiantata a Lodi. Come dire: adottata dalla città che per prima è stata focolaio del maledetto virus, nata in quella che più che ogni altra ne ha pagate le più drammatiche conseguenze. 

Noi bergamaschi non avevamo ancora finito di gioire per quella fantastica qualificazione ai quarti di finale della Champions League – storica, miracolosa, inarrivabile durante i nostri 111 anni di storia nerazzurra – che abbiamo dovuto aprire gli occhi e risvegliarci da quel sogno di gloria per metterci a contare le bare, accatastate nelle chiese, o guardare in silenzio, dalla finestra di casa, gli autocarri dell’esercito impegnati a portarne via altre, a decine, a centinaia. Parenti, amici e conoscenti che se ne andavano in una mesta sfilata, e i dubbi che andavano consolidandosi in certezza: allo stadio, per quella storica partita il 19 febbraio c’erano tutti, ma proprio tutti, padri, madri, nonni, figli, nipoti; un popolo festante e gioioso di  45 mila persone, strette una all’altra a ridere, salutare, gridare, incitare, tossire e starnutire. Se mio nonno fosse stato ancora vivo ci sarebbe andato anche lui all’Atalanta, quella sera. E andando com’è andata, avrebbe poi sostenuto convinto: «Ora posso morire felice». 

Cosa mi ha lasciato questo periodo di arresti domiciliari? Dolore, rabbia, delusione. Per la nostalgia di chi se n’è andato e non ho potuto salutare; per la disperazione di chi è rimasto a lottare, senza uno stipendio, senza più un lavoro né una prospettiva per il futuro; per la tristezza della solitudine, mai così totale e incombente.

Io, nel mio esilio volontario su questa bella Isola, non ho bisogno di ricordarmi di essere bergamasca per sentire nella carne il bisogno di «fare»: a Bergamo i miei fantastici concittadini si sono fabbricati da soli la rinascita: artigiani, alpini e ultrà dell’Atalanta hanno costruito un ospedale in meno di dieci giorni.

Cantanti e artisti hanno organizzato raccolte fondi per comprare i macchinari necessari, la gente comune ha rinunciato al rimborso del biglietto per la partita alla quale non ha potuto assistere, donando il ricavato all’ospedale. Queste sono le persone che hanno qualcosa da dire, ma che non riuscirete a fare parlare. Chiusi, rudi e timidi. Se chiederete risponderanno: «Eh, pöta… l’è issé» (Eh, d’altronde, è così). Come a dire: non c’è da discuterne.

Io sono una scrittrice, farò la mia parte come so fare, ed esorcizzerò la catastrofe a modo mio: scrivendone. 

Cristina Fabbrini

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