FINALMENTE RIAPRE IL BARRANCO DEL INFIERNO

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riapre-barranco-infierno-tmbDopo 6 anni (finalmente) viene riaperto al pubblico il “Barranco del Infierno”: era ora!

 

riapre-barranco-infierno-1{loadposition adsense-riquadro-articoli-piccolo}Dichiarato Riserva Naturale Speciale già dal lontano 1994,rappresenta senza alcun dubbio un paesaggio emblematico del sud di quest’isola,costituendo (peraltro) un luogo di grande interesse botanico per via della sua biodiversità floristica che include endemismi esclusivi come è il caso della “sideritis infernalis”(“chahorrra” la chiamano da queste parti e potete ammirarla nella foto);

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riapre-barranco-infierno-3il fatto è che il “Barranco del Infierno”(da ora in avanti semplicemente BI) altro non è che un complesso di vari ecosistemi che si avvalgono di tanti microclimi, a cui corrispondono distinte nicchie ecologiche che permettono la sopravvivenza di specie vegetali rare o minacciate d’estinzione (penso all’Echium Sventenii o all’Aeonium Smithii apprezzabili nella foto).

Geologicamente, il BI risulta incastonato come profondissima fenditura d’erosione nell’antichissimo massiccio di Adeje che emerse dall’oceano (forse per prima) con Teno e Anaga milioni d’anni fa (molto prima della formazione dell’immenso vulcano Edificio Cañadas, le cui pareti ancora oggi circondano la caldera del Teide e la maestosa solitudine della pianura di Ucanca)! Paesaggio d’erosione plurimillenaria, quindi, il nostro BI!

Ma anche assoluta scommessa di verticalità, se pensiamo agli strapiombi delle sue pareti stratificate di scuro basalto che indicano (quasi didatticamente) il susseguirsi delle eruzioni lungo un tempo incalcolabile. Subito dopo l’entrata (avendo fatto soltanto pochi passi nello stesso sentiero che una volta calpestava il bestiame dei pastori guanci) la vista è da mozzafiato!

Potremo notare immediatamente (guardando in alto a sinistra) un vestigio cinquecentesco di quella canalizzazione delle acque dell’antico fiume (che smise, pertanto, di essere tale!) operata dai Ponte, poderosa famiglia genovese che intendeva così sostenere la produzione di canna da zucchero ubicata proprio al lato della Casa Fuerte, che seppure diroccata, domina ancora oggi visivamente il territorio d’Adeje; questo stesso vestigio ci ricorda che è proprio l’acqua la principale protagonista dello scenario d’orrida bellezza che abbiamo davanti, sia come agente erosivo che come fattore decisivo nella storia dell’economia guance e, successivamente, spagnola; da sottolineare, che è ancora grazie alla sua acqua che il BI può vantare uno degli ultimi ecosistemi ripari presenti nelle Canarie!

Ma il BI è anche l’universo, ancora non sufficientemente conosciuto, degli invertebrati e il rifugio ospitale di almeno 40 specie d’uccelli (tortore,colombi,pernici sarde, passeri, canarini, pettirossi, rapaci…); però, diciamocelo francamente! Quello che ad un certo punto conta di più, entrando nel BI, è soprattutto lasciarsi andare al flusso della infinita gamma di sensazioni che ad ogni passo possono investirci a seconda delle prospettive e del gioco (interamente caravaggesco) di luci e ombre che si stagliano cangianti sullo schermo inclinato delle pareti del “barranco”!

È solo così che può colpirci il verde candelabro poligonale del “cardón”, slanciata magia gravitazionale che indica il cielo ai suoi fiori di porpora; se, poi, scorgiamo volare nello spazio compresso del “barranco” un uccello con coda quadrata, che dispiega ali più grandi rispetto a tutti gli altri, allora sì che possiamo dire d’aver avvistato un’Aguililla (capace di suoni lamentosi prontamente inghiottiti dalla sinfonia silenziosa che vibra per il burrone come un segreto sussurro d’echi perduti…).

Forse, se saremo fortunati, assisteremo anche all’addio delle ultime tortore che, dopo l’intero inverno passato proprio qui giusto nel “barranco”, stanno tornandosene in Africa.

Nel primo tratto del percorso (che in tutto, fra andata e ritorno, misura circa 6600 metri), troveremo moltissime “tabaibas amargas” dai rami scarnificati e vedremo brillare il verde tenero del “balo”, la cui chioma penzolante ce lo fa apparire continuamente stanco; tantissimi anche i fichi d’India, che furono importati dal Messico all’epoca della coltivazione della cocciniglia per farne tintura vegetale da esportare (e poter fronteggiare, cosí, la grave crisi del settore vinicolo sul finire del secolo XVIII, allorquando gli inglesi preferirono il vino di Madeira).

Avanzando sul sentiero, ci saluterà (col suo stile dimesso) il “balillo alpispillo” (del genere Atalantha) dal ciuffo pendulo un po’ disordinato ed eccentricamente “mesciato”: un timidone simpaticone (purtroppo in via d’estinzione) dall’aria ostinatamente “hippy”! Poco più in là ed esploderà per noi fragoroso il giallo della “malfurada”, generosissima con le api a cui si offre (spalancando i suoi petali) scandalosamente disinibita; inesorabilmente il sentiero ci spinge verso il fondo del “barranco”: ed è in questo preciso momento che sentiremo il primo sorprendente borbottare di un ruscello che ancora non riusciamo a vedere!

riapre-barranco-infierno-4Siamo scesi così giù che il cielo, stretto fra pareti orribilmente incombenti, sembra ormai l’occhio di Atena, la dea glaucopide che schizzò d’un colpo solo dal pensiero di Zeus! E siamo cosí finalmente arrivati alla Cogedera, spartiacque dell’intero percorso a partire dal quale l’atmosfera diventa decisamente umida, ritrovandoci ormai completamente immersi nell’intricato viluppo delle piante idrofile che stendono su di noi un manto protettivo di verde lussuria!

Ora sì che vediamo e costeggiamo il piccolo ruscello che salterella scrosciando melodiosamente! E sulla sponda una gradita sorpresa: tutto rotondetto col suo petto ferruginoso staziona (sicuramente in cerca d’insetti) uno spavaldo pettirosso, mentre nascosto dal fogliame si intravede il piumaggio scurissimo di “malasuerte” del merlo che quando canta sembra suonare un flauto!

Come non sottolineare, in questo originale sistema ripario delle Canarie, il contrasto cromatico (esteticamente delizioso) fra il verdore ospitale della rigogliosa “sauceda” (endemismo arboreo di foglia caduca) e l’oscuro riflesso di rocce laviche ben levigate? La stessa “zarza” compete con i salici, in questo territorio di fitte penombre, esibendo lo splendore delle sue foglie cariche di clorofilla!

riapre-barranco-infierno-5È all’improvviso che appare la cascata, quantunque se ne ascoltasse già il fragore contenuto! Precipita echeggiando nella immensa cavità, dilatandone lo spazio che in tal modo da assumere quasi naturalmente i connotati del sacro!

È in quest’istante che vola irrefrenabile con le sue ali di cera la magica fantasia che ci convince facilmente del fatto che nei tempi del Mito veniva proprio qui a bagnarsi la grande dea guance Chaxiraxi: poteva così proteggere la sua folgorante bellezza dagli occhi maliziosi del demone Guayota!

Dalla cascata, tornando indietro, il percorso non è affatto ripetitivo…anzi! Nuovi dettagli ed inedite prospettive evidenzieranno per noi figure erose, sagome capricciose, profili irripetibili e rocce modellate da una mano invisibile sicuramente naïf! Alluderanno tali forme spontanee ad una segreta intenzionalità della Natura? Oppure la bellezza delle loro forme casuali è da ricercarsi soltanto dentro di noi?

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Mentre staremo meditando sul valore estetico delle forme naturali (o sulla nostra stessa capacità di produrre il bello), niente di strano che possa irrompere rumorosamente, fra le gole del “barranco”, la Pardela Cenicienta (la nostra Berta Maggiore): dall’oceano sterminato ha volato fin qui sicuramente per cercare negli anfratti delle pareti inaccessibili del Barranco del Infierno un “rinconcito”(insomma, un angoletto) dove poter costruire, finalmente, il suo nido!

Gianni Galatone lucreziocaro@hotmail.com

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