Scopriamo Santa Cruz de Tenerife – seconda parte

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A fronte della prima “invasione” del 1920, la gestione urbana, impreparata sul piano ambientale ad ospitare sul proprio territorio una componente umile ed in cerca di un alloggiamento a basso costo, capitolò, subentrando così nella domanda-offerta immobiliare l’iniziativa privata: i grandi proprietari terrieri, possessori di lotti sparsi qua e là intorno a l’area cittadina.

 

Questa ristretta oligarchia urbana, da sempre detentrice del potere economico, contro una popolazione in maggioranza dedita al settore primario (agricoltura in maggioranza), fu messa in crisi da due costanti: l’avvento del settore secondario dalla prima metà del XIX secolo e la consistente diminuzione del volume perimetrico degli immensi terreni, frazionati nei secoli tra gli eredi della casta terriera.

{loadposition adsense-riquadro-articoli-piccolo}L’arrivo di migranti e l’incapacità municipale di far fronte alla richiesta di abitazioni, provocò una seconda rendita di questi terreni.

Nacquero in questo periodo le prime urbanizzazioni marginali (opto il termine urbanizzazione, e non quartieri poiché costituitesi fisicamente non contigue al territorio cittadino),in maggioranza sugli echi di comunicazione principali: in direzione della carretera Santa Cruz de Tenerife-La Laguna, zona morfologicamente aspra, costituirono i principali nuclei del periodo i quartieri de La Salud, Él Perú, Cuesta Piedra (in fase embrionale il nucleo di Vistabella) in direzione della comunicazione meridionale si andò a formare il futuro nucleo industriale del barrio di Buenos Aires, nonché alcuni casali sparsi sulla zona sovrastante, in direzione della montagna di Ofra (a confine con la municipalità de La Laguna).

Il tipo di alloggio che si andò ad edificare fu di autocostruzione; stipulato il contratto privato tra proprietario terriero e compratore (alle spalle di qualsiasi intermediazione di un’autorità cittadina, quindi di tipo illegale) quest’ultimo costruiva la propria abitazione, generalmente ad un solo piano, nelle ore libere dal lavoro (o in appezzamenti occupati illegalmente di notte) aiutato da familiari e dalla comunità del quartiere che si andava conformando, ovviamente senza nessun tipo di accesso a infrastrutture e servizi di cui queste nuove entità ne erano deficienti.

La vendita di queste sezioni rustiche ubicate nelle zone più impervie, non fu un caso: questi terreni, collocati in un territorio brullo, erano biologicamente sterili o dedicati alla coltivazione di prodotti di poca rendita, avendo quindi uno scarso valore agricolo; questa fascia territoriale fu la parte più consistente dell’edificazione marginale attorno all’urbe.

refineria-cepsaLa distribuzione del fenomeno migratorio si ripercosse non solo in questa cinta rurale periferica, ma riguardò direttamente anche i quartieri popolari cittadini, che già avevano accolto un primo esodo pochi decenni prima: nei barrios de Él Toscal, Duggi, Los Llanos, La Salle, San Sebastián, Los Lavaderos e Él Cabo vennero ad erigersi un tipo comune, tipica degli anni, le ciudadelas.

Alloggiamenti economici nati per le classi operaie portuarie, costituite internamente da pochi metri quadrati, distribuite a schiera su un perimetro rettangolare e ruotanti attorno ad uno spazio centrale a cielo aperto, il patio o zona comune, dove si concentrava la vita vicinale delle famiglie, ed in cui si trovavano anche i servizi condivisi con l’intera comunità, quali il bagno e la cucina.

Quest’ ultimo tipo di ricorso, nell’affannosa ricerca della casa da parte del migrante, se comparato alle abitazioni di autocostruzione, ubicate in periferia, erano in un certo senso più appetibili, poichè in prossimità del centro storico, e quindi meglio servite da infrastrutture e servizi cittadini.

In questi anni quindi le dinamiche municipali sono dettate innanzitutto, da un esodo della società rurale per mancanza di alternative nei propri luoghi naturali che, non incontrando nessun tipo di iniziativa municipale di offerta per l’accesso residenziale, si rivolgono ai detentori dei suoli privati per poter edificare la propria dimora autonomamente; il tutto a dipingere un quadro d’illegalità e di menefreghismo nei confronti, e da parte,dell’amministrazione locale e centrale.

Il risultato fu l’innalzamento di una cinta di illegalità e povertà attorno al nucleo urbano: é stato calcolato che l’accesso ai servizi come acqua e luce risalgono per queste zone a non più di cinquant’anni fa, considerando poi anche gli “extra”, come la dotazione di asfalto o di marciapiedi, il tempo si riduce notevolmente.

Tutto ciò, di conseguenza, é il risultato di una politica comunale inadeguata, incapace di contenere il flusso migratorio e di attuare una pianificazione territoriale per rispondere ad una domanda di accesso minimo di alloggiamento popolare, con conseguente trama cittadina caotica, e una lontananza fisica, ma soprattutto politica della città: ogni quartiere assume una propria identità, come se si trattasse di tante cittadine inghiottite, in un processo di espansione, nel polo urbano.

In questi anni, furono attuate una serie di riforme da parte della municipalità, non mirate direttamente ad alleviare le condizioni di vita dei miseri spazi marginali in fermento demografico, quanto a porre le basi future di una riformulare totale degli spazi cittadini.

Il più grande sostenitore di questa politica fu il sindaco Santiago Garcia Sanabria: autorizzò la creazione di spazi verdi nelle zone adiacenti al centro storico (di cui l’opera più maestosa, il Parco Sanabria, gli é stata intitolata) secondo i criteri della della “ville-jardín”, portò avanti il nuovo piano di struttura e canalizzazione delle acque (la cui progettazione secondo alcuni, doveva comprendere anche alcuni barrios marginali, per dotarli di fognature), si ipotizzò di prolungare l’Avenida marittima, secondo il progetto di dislocare un nuovo polo commerciale in questa direzione, emandò l’edificazione del puente Galcerán, a collegamento delle due sponde del Barranco de los Santos, con successivo migloramento d’accesso ai sobborghi situati in direzione opposta de Él Cabo e Los Llanos, ed infine volle la costruzione del più grande polo laborale dell’area: la raffineria Cespa, collocata nel quartiere Buenos Aires.

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Benché per attuare questa serie di riforme fu necessaria la dislocazione di alcuni nuclei abitativi (umili) in altre zone cittadine, la creazione del ponte Galcerán in primis e la sistemazione di un grande polo attrattivo, quale la raffineria, nell’immediata municipalità, alleviarono in qualche maniera il disagio di una parte della popolazione

 (foto: la riconversione degli spazi, quartieri di El Cabo e Los Llanos oggi by Wikipedia)

…continueremo a scoprire Santa Cruz de Tenerife, nel prossimo articolo.

Alessandro Giacomi foto: refineria cepsa – La riconversione degli spazi, quartieri di El Cabo y Los Llanos oggi by Wikipedia

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