Tenerife, il costruttore di tavole: legno, pennelli, lambrusco e point break

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tavole-surf-tmbTenerife, il costruttore di tavole: legno, pennelli, lambrusco e point break.

Legno, pennelli, lambrusco e point break, ovvero la hollow surfboard che parla italiano a Tenerife. Non è un caso che il titolo dell’articolo ricordi vagamente il titolo di un vecchio album di Ligabue.

Infatti mi sto recando all’appuntamento con Alberto Brandoli, trentottenne modenese, emiliano come il Liga, surfista e shaper – in gergo è il costruttore di tavole – per pura passione, che vive da tempo a Tenerife, per la precisione a Puerto de La Cruz.

Da sempre innamorato delle spiagge del nord dell’isola, che considera sicuramente le più suggestive ma anche le più difficoltose, lo incontro dopo un periodo di calma piatta sul versante onde, cosa che gli ha concesso una tregua per me proficua per poterlo incontrare.

La location dell’intervista è delle migliori: Puerto de La Cruz, l’antico barrio de La Ranilla, ieri luogo di pescatori oggi zona chic-alternativa con casette basse dai caratteristici balconcini canari e locali tipici. Ci troviamo seduti al caffè Agora nella splendida cornice della deliziosa piazzetta Perez Galdos, di recente restituita alla città dopo un intervento di restyling urbano che l’ha dotata di meravigliosi palmizi, con sottofondo di brani dei Red Hot Chili Pepper …più SURF di così! Alberto è proprio uno

di quelli che lo scrittore e fotografo, nonchè surfista, spagnolo Willy Uribe da profondo conoscitore della cultura surfera, definirebbe soul surfer. Si tratta di un tipo di surfista profondamente convinto che per prendere l’onda non servano necessariamente capi ed accessori firmati ma grande abilità sportiva, conoscenza e profondo rispetto del mare; calma e pazienza per attendere la cavalcata del giorno, che potrebbe anche essere quella di tutta una vita.

Alberto avrebbe intenzione di aprire il primo laboratorio-negozio a Tenerife per la produzione esclusivamente di tavole in legno e per la vendita di prodotti ecologici legati al surf (paraffina, leash, mute etc etc).

Quando si parla di tavole da surf in legno ci si immagina i vecchi hollow, lunghi, pesanti, che rimandano a film d’annata come Un mercoledí da leoni ma soprattutto così troppo distanti dal surf moderno. Le tavole realizzate da Alberto, invece, non hanno proprio nulla da invidiare alle tavole in foam, schiuma poliuretanica con cui vengono realizzate le attuali tavole, ed in più sono assolutamente ecologiche, provare per credere!

C.G. Prima di parlare del tuo lavoro e della tua vita a Tenerife potresti raccontarci da dove vieni e come è nato il tuo amore per il surf A.B. Tutto è nato nella spiaggia di Guincho (sopra Lisbona) dove per la prima volta ho visto praticare surf. Prima dei 21 anni non avevo ancora visto dal vivo le onde dell’Atlantico e non immaginavo quello che si poteva fare con quelle forme perfette e regolari che si creavano grazie alla combinazione della forza dei vari elementi naturali, come se fosse la sintesi perfetta ed armoniosa di un insieme di energie.

Ancora oggi a volte mi piace immaginare da dove proviene l’onda che sto per prendere, ed ammetto che mi sento fortunato ad essere nel momento giusto al posto giusto. Una volta contratta la malattia per il surf, ho iniziato ad informarmi per far sì che fosse parte della mia vita. Ho scoperto che era possibile praticarlo anche in Italia ed abitando a Modena a seconda delle condizioni del mare, mi spostavo, appena possibile, in Versilia/Liguria o in Romagna.

A metà degli anni novanta eravamo già in parecchi a torvaci nei vari spot (ndr: il termine spot indica, in gergo, un buon luogo dove poter praticare il surf) appena le condizioni del mare lo permettevano… ma nulla a che vedere con gli esodi che vi sono ora, appena si alza mezzo metro di onda.

Dai 20 ai 30 anni ho potuto visitare paesi dove potevo praticare con più frequenza e maggiore qualità il surf Spagna, Paesi Baschi, Portogallo, Francia, Marocco, Indonesia, Messico, Costa Rica, Nicaragua, Brasile, Stati Uniti e infine le Canarie, Lanzarote e Fuerteventura, poi Tenerife.

Paesi dove quasi sempre vi è una cultura del surf presente da molti più anni che in Italia e dove esiste un importante ricerca per realizzare shapes (ndr: il termine shape indica forma e design di una tavola da surf) innovativi e materiali migliori.

Il surf ha indubbiamente avuto un impulso implacabile grazie all’uso delle nuove tecnologie, parlo di quelle impiegate per realizzare surfboards più leggeri e performanti, dai satelliti per prevedere frequenza ed intensità del moto ondoso, alle mute che non pongono ormai limiti alle temperature dell’acqua… etc

C.G. Dove hai imparato l’arte dello shaping A.B. Con i surfboards si tratta semplicemente di “love at first sight”. Credo che sia estrememente interessante ricercare lo shape che sia la sintesi migliore di come ogni shaper interpreta i distinti surfisti nelle distinte condizioni ambientali.

E’come se esistesse una legge naturale che permetta di conseguire questo obiettivo. Come per il design di un pezzo di arredamento, o di una pinna di un veliero o un’ala d’aereo, si deve accumulare l’esperienza di varie generazioni di artigiani e finalmente, in tutti gli oggetti, la perfezione, si raggiunge non quando non si può più aggiungere nulla, ma quando non si può togliere nulla, quando il corpo si è spogliato fino alla nudità.

Al ritorno dal mio primo viaggio in Portogallo mi sono documentato cercando di raccogliere informazioni su come si realizzavano le tavole da surf. Il primo contatto è avvenuto con il versiliese Michele Puliti poco più di quindici anni fa. Michele, uno dei primi shapers italiani, mi diede un foam e da lì tutto è iniziato. Grazie a questa mia prima tavola realizzata ho trovato il mio primo lavoro nel mondo del surf.

Lucio Vardabasso, pesarese, altro storico shaper italiano, apprezzata la mia abilità mi integrò nella sua azienda. A Pesaro ho lavorato per un periodo imparando da colleghi che erano già stati più volte in California ed in Australia per imparare a loro volta dai migliori shapers mondiali.

Infine approdando qui a Puerto ho collaborato con Alcides Royd, shaper brasiliano famoso in tutta l’isola, che vanta ben trent’anni di esperienza nel settore.

C.G. Perchè hai scelto di costruire in legno? A.B. Lavorando presso varie surf factories (ndr: si tratta delle fabbriche in cui si producono materiali ed attrezzature per il surf) ho avuto modo di riflettere sui costi ambientali che derivano da questo settore, essendo il foam un derivato del petrolio, e, da buon soul surfer, sensibile all’ambiente, mi sono chiesto come poter ridurre al minimo questo aspetto.

In paesi dove la cultura del surf è maggiormente radicata, parlo per esempio di Stati Uniti ed Australia, esiste già un’alternativa alla tradizionale tavola di poliuretano o altri tipi di plastica simili. L’alternativa dovrebbe essere rappresentata da tavole a basso impatto ambientale, dove si tengano in considerazione i materiali e le sostanze chimiche che si utilizzano nelle diverse fasi necessarie alla realizzazione della tavola.

Volendo semplificare il tutto possiamo dire che fondamentalmente vi sono tre step: shaping, glassing e sanding. Nella prima fase si dà la forma alla tavola partendo da un pane grezzo di schiuma poliuretanica detto foam blanks, nella seconda si riveste il pane con con fibra di vetro e resina e infine nella terza si leviga la resina perchè questa diventi il più possibile liscia e la tavola possa avere il minimo attrito in acqua.

C.G. Che tipo di tavola è la tua? A.B. Il foam blanks, nel mio caso, viene sostituito dal legno; mi avvalgo di programmi in 3D che consentono di progettare e renderizzare quella che è la struttura in legno costituita da varie costole e da uno o più longheroni. Lavorare con il legno è sempre una sfida costante, non ha mai la stessa consistenza ed ogni pezzo è davvero diverso dall’altro.

Il legno è un materiale vivo. Anche la scelta del legno avviene in maniera scrupolosa, nel pieno rispetto dell’ambiente, seguendo un principio di ecosostenibilità.

Guardo le foto di Alberto al lavoro: la sua “creatura” è bellissima e soprattutto viva. La grana del legno, una volta lavorata, prende sfumature ambrate e la finitura lucidissima ne amplifica la brillantezza. La quasi completa assenza di logo, ad esclusione della scritta NOABOARDS, mi evoca alla mente gli anni ’60. Dopo aver visto la tavola finita sono davvero impaziente di vedere tutti gli stadi della produzione.

Ecco apparire nelle foto, oltre agli utensili, mucchi di legno tagliato e sembra quasi di percepirne il suo caratteristico odore. Pare di essere entrati un buco spaziotemporale: pialle da legno, lame, morse e blocchi di scarto giacciono sparsi in un ambiente dalle pareti dipinte di un azzurro tale che, investite dai raggi del sole filtrante dalle finestre, sembrano passare di volta in volta dall’indaco al blu oltremare. E’ come se le “creature” di Alberto fin dalla nascita fossero già immerse nell’acqua, il loro amniotico elemento naturale.

Carla Galanti (foto di Alberto Brandolini)

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