Inviate dai lettori. Una giornalista si racconta: smart working

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Inviate dai lettori. Una giornalista si racconta: smart working

Computer portatile, scrivania mobile, lavoro da casa: una realtà di questo brutto 2020. Battezzata “smart working”. Per molti una scoperta, per altri una consuetudine ormai da tempo. Per me è la normalità: già da anni con il mio lavoro di giornalista freelance saltabecco con il computer di qui e di là.

Lavoro agile appunto, ovunque ti trovi. Dalla scrivania di casa al divano, dalla metropolitana all’aereo, dalla panchina del parco alla sala di attesa delle poste, dalla postazione davanti al camino in montagna alla terrazza sulla spiaggia vista mare. Questo è il bello del poter lavorare da dove ti pare, il brutto è che ti porti dietro sempre il portatile e il lavoro non ti molla mai. L’importante è saper staccare. È che quest’anno c’è poco da andare in giro a lavorare: bloccati (giustamente) a casa per i lockdown, al limite puoi fare la spola tra la sedia e il divano.

Ho avuto però la fortuna durante il primo lockdown di lavorare dalla mia baita in montagna, il mio rifugio, che anche questa volta mi ha salvato. Non era certo la prima volta che lavoravo tra i monti visto che mi occupo di montagna e in mezzo alle cime vivo parte dell’anno, ma questa volta è stato diverso. Non si poteva uscire se non nel prato e nell’orto davanti a casa per cui, scelta la postazione di lavoro quella era: tavolone di legno e finestra sulla Grivola (in Valle d’Aosta). L’ho vista da bianca diventare verde coi giorni e i mesi che scorrevano alla finestra: prima imbiancata poi coi colori e le sfumature che portavano verso l’estate. Da marzo fino a giugno: quattro mesi in cui la natura mi ha salvato.

E se non è una montagna è la distesa del mare. Quando la morsa del Covid ha allentato un po’ la stretta, quest’estate abbiamo fatto riunioni coi colleghi non più in streaming ma al tavolino di un chiringuito all’aperto in riva al mare, sempre distanziati e attenti ma con il profumo di salsedine sotto il naso. Questo è il regalo del mare. Non “smart working” ma “mountain working” o “seaside working” se proprio dobbiamo usare i termini inglesi. Io lo chiamo “lavoro vista monti” o “lavoro a bordo mare”. L’importante è sentire gli animali del bosco o le onde che si infrangono. Così si trova meglio l’ispirazione per scrivere, il mio lavoro.

E spero proprio di farmi tornare a ispirare dalle onde oceaniche e dal calima di Tenerife, che tanto mi manca.

A presto.

Chiara Todesco

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