LA STORIA CAMBIA, MA TALORA SI RIPETE

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LA STORIA CAMBIA, MA TALORA SI RIPETE

In quest’epoca di immigrazione incontenibile (la Convenzione di Ginevra obbliga in realtà all’accoglienza di soli rifugiati politici, esposti in patria al pericolo di persecuzione o annientamento, ma adesso i rifugiati sono persone in fuga dalla guerra o alla ricerca di un benessere economico impossibile nei paesi di nascita) il pensiero torna a quei milioni di italiani che spinti dalla miseria hanno lasciato una patria matrigna per affrontare un avvenire ripieno di sola speranza. Sul tema esiste una storiografia sterminata, mi limiterò a scriverne da un punto di vista ristretto, quello di un ticinese accomunato all’Italia dalla madrelingua (che per i miei compatrioti emigranti era un  rude dialetto lombardo, non certo un italiano “lavato in Arno”).

Di italiani emigrati nel corso di secoli se ne trovano in tutto il mondo, e da noi si racconta scherzando della delusione del norvegese  Roald Amundsen quando, giunto assieme ai suoi 4 compagni d’avventura in vicinanza del Polo Sud, il 14 dicembre 1911, si accorse che sul posto stava già un napoletano in attesa di poter vendere la sua prima pizza congelata. I miei compatrioti ticinesi del Luganese, attivi come muratori, gessatori e costruttori in tutta l’Europa (i Maestri Comacini, allora comaschi in quanto sottomessi al vescovo di Como), spazzacamini a Milano e in Piemonte e scaricatori (facchini) di porto a Livorno, per l’emigrazione oltremare dettero una chiara predilezione all’Australia, per raccogliere altra miseria, e alla California, dove invece ebbero fortuna in molti, iniziando da mungitori fino a diventare  facoltosi proprietari di ranch e bestiame o commercianti di successo.

Una spinta notevole verso la California la fornì naturalmente, per gli italiani come per i ticinesi, la scoperta dell’oro della Sierra Nevada nel 1848, da parte di uno stravagante generale e latifondista svizzero-tedesco, Johann Suter. Ma i ritrovamenti dei primi cercatori d’oro italofoni furono nel complesso molto deludenti, anche se è storico il rinvenimento da parte di un fortunato ticinese di una pepita di più di mezzo chilo, 2’000 dollari, per quei tempi una fortuna (un acro di buona terra, 4’046 m2, si comperava con 10-15 dollari).

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Ma non fu la sola sete dell’oro a sospingere i nostri compatrioti verso la California. Uno storiografo ticinese, E. Molinari,  spiegava così la causa di questa scelta: “Fu anche l’idea che questo paese fosse unico al mondo. Tanto unico che il nome medesimo di California è poi assurto a simbolo di  paese leggendario, quasi di un paese della cuccagna. Il nome, di derivazione persiana, significa infatti “Montagna del Paradiso”, e già si trovava nella mitica “Canzone di Rolando” che cantava le gesta a Roncisvalle di un eroico cavaliere di Carlo Magno nella lotta di liberazione della Spagna  dall’invasore maomettano. In California vivono migliaia di discendenti di questi primi emigranti, dal cognome ancora italiano, ma oramai completamente “americanizzati”.

Parecchi di loro li vediamo adesso in posti di assoluto rilievo della politica, della finanza o dell’industria,  anche se a dominare nel Nuovo Mondo  sono sempre i “Wasp” (White Anglo-Saxon Protestants, protestanti anglosassoni bianchi). Fernand Braudel, francese, da taluni considerato il più grande storico europeo del secolo scorso, in un suo articolo sul “Corriere della Sera” del 31 maggio 1984, “Il futuro è già in California”, così si esprimeva a proposito di quell’Eldorado: “Silicon Valley, alla lettera, è la valle in cui si trova a profusione il silicio, un metalloide che serve alla fabbricazione dei microprocessori, quelle piastrine lillipuziane sulle quali si iscrivono le memorie degli elaboratori, che sono lo strumento e l’indicatore della rivoluzione informatica, la punta avanzata della scienza e della tecnica, il preannuncio del mondo inedito nel quale gli uomini più intelligenti o più forti sono già entrati, in cui vivono a loro agio, impregnati di potere e oberati dal peso dei loro dollari. Chi non pesa almeno un miliardo di dollari è fuori dalla cronaca utile della Silicon Valley”.

Io, lo confesso candidamente, alla cronaca utile della Silicon Valley preferisco di molto quella di Tenerife o del paesello natìo sulle pendici alpine, anche se purtroppo “poco oberato dal peso dei dollari”. Basta, per consolarmi, che a pesare nella Silicon Valley ci siano anche discendenti di quei nostri pionieri.

Dr. Gianfranco Soldati

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