¡Que el paro no te pares! – Che il paro non ti fermi!

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Questa mattina vado di fretta, quella fretta che ti ricorda sempre un po’ le mattinate italiane, quelle della fila alla posta, del parcheggio in doppia fila, dei clacson suonati allo scattare del verde. Ho da fare, devo recarmi all’ufficio collocamento di Los Cristianos; devo comunicare che non sto lavorando, devo iscrivermi al Paro.

Guardo orgogliosa l’orologio: sono le otto e mezza, ho anticipato di mezz’ora l’apertura degli sportelli. La Oficina de Empleo di Los Cristianos è proprio bruttina, penso allungando il passo, non mi piace per niente, è un posto buio, circondato da mura di marmo alte e scure.

Sono persa in queste inutili valutazioni estetiche, quando alzo lo sguardo e trovo davanti a me un centinaio di persone in fila indiana ad aspettare che l’ufficio apra. E io che mi sentivo furba! Sono scoraggiata. Mi metto in fila. Lo sportello apre, distribuiscono i numeretti, un po’ di noi si sposta nella sala d’attesa, gli altri, che non c’entrano, restano fuori.

Questa atmosfera riproduce quasi alla perfezione quella degli uffici pubblici italiani, se non fosse per le impiegate dietro alle scrivanie, loro sono rilassate e sorridenti. Scruto le persone di ogni età, stranamente, non noto nessun viso spiccatamente italiano. Sono marocchini, cubani, colombiani e, chiaramente, canari. Si sventolano il viso con i documenti e sono tutti qui per il Paro.

Il Paro, dal verbo parar=fermare, è il “fermo”, quella cosa di cui tutti hanno sentito parlare. E’ l’equivalente del nostro assegno della disoccupazione, ovvero la possibilità di percepire il 70 % del nostro stipendio per un periodo di quattro mesi, una volta accumulati dodici mesi di lavoro.

Ne ho sentito parlare ancor prima di arrivare a Tenerife, un anno e mezzo fa. E da giovane-italiana-studentessa-lavoratrice-a-nero quale ero, mi era sembrata una cosa eccezionale. In effetti è un’organizzazione ammirevole da parte del governo Canario, è una di quelle cose grazie alle quali il giovane lavoratore si sente un po’ coccolato dal proprio governo, riconosciuto, protetto, considerato… Insomma tutte cose a cui il Governo Italiano non ci ha mai abituati.

E’quasi perfetto direi: ti da’ il tempo di cercare un altro lavoro e la preziosa possibilità di non essere sull’orlo di una crisi di nervi durante questa ricerca. In più, ti consente di frequentare qualche bel corso di formazione, aumentando la possibilità di trovare lavoro. Inoltre, alcuni corsi professionali, o Master universitari, e Taller vari, hanno delle agevolazioni per i disoccupati nel Paro. Come in tutte le cose, però, anche nel Paro c’è l’immancabile lato negativo.

Spesso, invece di stimolare e avviare le persone alla ricerca dei propri obiettivi personali, le blocca; le trascina verso un meccanismo immobilizzante. Mi sono accorta sin dal principio, che i coetanei del posto utilizzino il Paro in maniera del tutto controproducente. Alla classica domanda “e tu che fai nella vita?”, la risposta decine e decine di volte è ” sono nel Paro.” Che dire? Ogni volta che sento questa risposta ci rimango male, capto un senso di ingratitudine che mi dà’ fastidio, ho la sensazione di assistere a uno spreco.

Perché ogni volta che un ragazzo sta fermo nel Paro c’è uno spreco di gioventù che trovo intollerabile, ogni ragazzo che sceglie di prendere alla lettera la condizione del “fermo”, e quindi di fermarsi, è un po’ una scommessa persa, una sconfitta a tavolino, una rinuncia.

Il Paro e’per tanti giovani la scusa per prendersi un anno sabbatico spesso non è preso come una occasione in più. E’ciò che consente ozio e dolce far niente, perché nel frattempo “sei pagato lo stesso!”. Rifletto: in effetti deve essere difficile resistere alla tentazione di percepire uno stipendio andando al mare tutti i giorni.

E’ una trappola in cui potremmo cadere tutti. Non cedere a questo meccanismo deve essere ancora più difficile per i giovani abitanti di Tenerife, i quali sono nati e cresciuti con la costante presenza del Paro. I numeretti scorrono, tra poco tocca a me; altri giovani si siedono in sala d’attesa.

Distolgo per un momento il pensiero dall’argomento per ammirare i sandali gioiello della signora che mi siede accanto, è inutile, quei sandali non me li potrò mai comprare! Sono una desempleada! Quindi torno alle mie riflessioni con più grinta: penso al sacrosanto diritto e dovere di ogni giovane a procedere, ad andare, a divenire. Penso che noi giovani, fermi non ci dovremmo stare proprio mai!

Siamo qui, in questa isla bonita che è diventata anche un po’ nostra e abbiamo finalmente la possibilità di godere della presenza di un governo che non è fantasma come il nostro. Sfrutteremo e useremo al massimo questa occasione, perché la staticità non è nella nostra natura. Noi siamo i giovani italiani emigranti, quelli che sono andati via, che hanno avuto il coraggio di andare a vedere cosa ci fosse al di là della loro casa, non cadremo nel meccanismo immobilizzante del Paro.

Noi siamo il divenire, noi siamo la crescita, noi siamo le possibilità. Nel frattempo l’impiegata mi ha atteso, ho firmato tutte le carte e sono ufficialmente iscritta tra i desempleados. Mi dirigo alla mia bicicletta legata al solito palo. La slego, monto su, pedalo dritta verso casa.

Che il Paro non ci fermi, che non ci immobilizzi e che invece ci spinga, che ci lanci, che ci smuova, che ci sproni verso nuovi obiettivi e, più che mai, che ci avvicini ad essi.

Io ci credo!

Alice Trastulli

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