Riceviamo da un Dirigente Medico di Pronto Soccorso di un ospedale lombardo: Settant’anni insieme

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Riceviamo da un Dirigente Medico di Pronto Soccorso di un ospedale lombardo: Settant’anni insieme. Non avremmo mai pensato che potersi dire addio fosse un così grande privilegio.

Cara Antonina,

sai che a pochi passi dall’ospedale nel quale presto servizio c’è un grande lago e qualche sera fa vi si è specchiato un tramonto rosso maestoso, irreale e indifferente a quanto accade a una città, che nel marzo scorso accoglieva gravissimi pazienti covid in arrivo da Bergamo e che oggi anche a Bergamo chiede aiuto. La presenza dei “frontalieri” che fanno la spola ogni giorno tra l’Italia e la Svizzera, in serie difficoltà, ha messo la città in un grosso guaio.
La settimana scorsa una troupe RAI è venuta a filmare la tragedia che gli ammalati e il personale sanitario stanno vivendo, e poche sere dopo quel tramonto rosso, su questa zona rossa della Lombardia, veniva fotografato dalle finestre delle case e dagli automobilisti autorizzati a spostarsi, mentre nelle stanze dell’ospedale, nei corridoi con le luci già accese, nelle sale d’attesa deserte dove più a nessuno viene permesso di aspettare, tutto a quella luce violenta sembrava ancora più inverosimile e… quasi apocalittico.

Noi personale di turno in quel momento eravamo casualmente tutti giovani, di età compresa tra i venticinque e i quarant’anni. Più o meno. Infagottati nei nostri sudari bianchi anti covid, tra medici e infermieri ci guardavamo oltre le mascherine e le visiere, continuando a lavorare, ma con un pensiero fisso. E a un certo punto è sembrato che tutti ci fossimo accordati senza dirci una sola parola. Uno stato d’animo comune si era fatto così insopportabile che abbiamo deciso: due pazienti dovevano incontrarsi e noi presenti eravamo l’unico possibile mezzo perché ciò potesse avvenire. Non senza qualche difficoltà, ma dovevamo superare tutto e agire subito.
Il medico che aspettava in corridoio mentre alcuni infermieri trafficavano per gli spostamenti, ero io. Ho 35 anni e l’anziana signora imbacuccata e seduta in carrozzina di anni ne aveva 91. Non capiva bene cosa stesse accadendo, così gliel’ho spiegato e le ho accarezzato e stretto un braccio, odiando quelle tre paia di guanti che, sino a qualche mese fa, non avrei mai e poi mai indossato per dare una carezza a un’anziana paziente bisognosa di essere rincuorata.
Il paziente che la donna stava per incontrare aveva 93 anni ed era suo marito. Sapevamo che non avrebbe superato la notte, ma lui ha miracolosamente riconosciuto la madre dei suoi figli e ha mosso leggermente una mano. Non riusciva a raggiungerla così abbiamo unito, come quelle di due sposi, le loro mani deboli, macchiate dall’età, tremanti e bollenti di febbre. Alcuni dei presenti a quella vista si sono allontanati. Un infermiere ed io, non so dirti con quale coraggio, siamo rimasti impalati lì un paio di minuti. Abbiamo visto settant’anni di vita insieme finire nel momento in cui noi – due estranei, due lavoratori della Sanità – siamo stati costretti a separare quelle mani.
Non auguro a nessuno quanto abbiamo provato compiendo quel gesto che è stato, umanamente, un peso quasi insopportabile. Dopo, le lacrime di tutti hanno bruciato gli occhi sotto le visiere. Non abbiamo potuto asciugarle, come non possiamo asciugare il sudore che ci scivola addosso… ma tutto il resto, tutto quanto proviamo non ci scivola addosso, credimi Antonina. Siamo esseri umani, abbiamo i nostri affetti, i nostri anziani a casa che non possiamo vedere perché la nostra professione ci rende pericolosi. Se lavorare tante ore in certe condizioni è dura, come tutti possono capire, doversi isolare non appena si stacca dal lavoro non aiuta, ma purtroppo per noi è indispensabile.
Tutti potete aiutarci, Antonina, non diffondendo il virus. Dateci una mano, per favore, nel solo modo che vi è possibile: non infettatevi, non infettate a vostra volta. Non abbassate la guardia: ve lo chiediamo per il vostro bene e per quanti lavorano negli ospedali, a contatto coi pazienti o in servizio sulle ambulanze, ma anche per tutti i lavoratori che, per permettere a questo sistema massacrato di resistere, rischiano di più.
Non diciamo più che di covid muoiono “solo” gli anziani: è orribile, oltre a non essere più così vero – noi possiamo testimoniarlo ogni giorno – mentre resta vero che con il covid si lotti e si muoia soli.
Paradossalmente, con quell’ultimo saluto, i due anziani dei quali ho scritto hanno avuto più di altri. Noi che eravamo lì, noi “così giovani”… non avremmo mai pensato che potersi dire addio fosse un così grande privilegio.
Grazie per l’attenzione, Antonina.
Un abbraccio a te e a tutti i tuoi lettori. E mi firmo come mi chiami tu, grata del tuo affetto e del tuo sostegno.

La “dottoressa Franci”.

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