La felicità nel cassetto. “Scrivere è una fotografia” racconto di Cinzia Panzettini

0
386

– La felicità nel cassetto –

Alla signora Maria José piace come le sistemo i capelli, come cucino e come guido l’auto. Ogni mattina l’accompagno a prendere un caffè al mare e, se non c’è troppo vento, lei sceglie la piazza del Médano, così dopo il caffè si fa insieme una breve passeggiata. Cammina ancora bene, anche se si è comprata un bastone da passeggio per sentirsi più sicura. Lo ha scelto azzurro e a fiori ammettendo che non si abbina a nulla, ma le è simpatico.
Quando la porto a prendere il caffè al mare la aiuto a scendere dall’auto, la faccio sedere su una panchina e le dico, più e più volte, di non muoversi di lì
per nessuna ragione. La irrito, ma non riesco a vincermi e a non raccomandarle troppe volte di non muoversi.
-Miranda? Non sono sorda! Rimbambita magari, ma non sorda!
Sua nipote me lo ha raccomandato tanto: “Non la perda mai di vista, ma senza starle troppo addosso. La nonna è sempre stata molto indipendente, quindi faccia il possibile per non farla sentire oppressa”.
La tratto come una regina, con quel suo nome da regina e la testa candida che potrebbe benissimo portarla, una corona, tanto è ancora dritta e tanto è nobile il suo profilo. Da lei, professoressa di Lettere in pensione da una vita, ho un mondo intero da imparare. Guarda e commenta ogni cosa in modo originale e sa godersi tutti i piaceri della vita che ancora le sono concessi: film, dolci, un caffè “come si deve”, passeggiate, piccoli acquisti, un bicchiere di vino rosso – e che sia ottimo o meglio niente – cioccolata, un pesce ai ferri in un ristorantino sul mare.
-Se si aspetta la felicità che sconvolge la vita, cara la mia bella Miranda, sì che stiamo fresche! Invece se ogni cosa sappiamo farla diventare felicità, allora siamo nel velluto. Dia retta a me.
Ogni tanto mi parla della nipote:
-La mia Valentina non mi assomiglia – dice – Ma forse è meglio così. Meno male che a volte la mela cade lontana dall’albero, va là! Meglio lei che è dura come una pietra, piuttosto di mia figlia. E meglio lei di me, sicuramente, che quella figlia dopo che sono rimasta vedova l’ho cresciuta così fragile da farsi divorare da un demonio.
Taglia corto e io non le chiedo mai di raccontarmi quella brutta faccenda. La sua condizione la rende indifesa e non voglio dica cose che avrebbe scelto di non dirmi quando era del tutto lucida.
-Tra me e la Valentina c’è questa balla secondo la quale io non riesco a dimenticare mia figlia perché vivo nel passato e sono autolesionista. E invece lei, che è una dritta, ha un sano senso della vita e guarda avanti. Glielo lascio credere, cara Miranda, perché c’è di mezzo un piccolo dettaglio: la Valentina non ha figli, invece io ne ho avuta una e l’ho persa.
Nascosta in un libro, chiuso nel cassetto del suo comodino, la signora tiene una fotografia che guarda più volte al giorno. La sua ossessione è uno scatto in bianco e nero molto bello nel quale sua nipote Valentina, appena diciannovenne, è vestita da scugnizzo e vola letteralmente su un palcoscenico. Sullo sfondo, sfocati, gli altri ballerini. Lei ha i capelli raccolti sotto un berretto alla maniera dei “Ladri di biciclette” e indossa un vecchio gilet logoro e sbottonato, sopra una camicia da ragazzo rattoppata.
Lo sforzo del volo, al massimo della sua elevazione, sembra non esistere. E la spaccata aerea – che pare chiamarsi
grand jeté, o roba simile – è una perfetta linea orizzontale sotto il punto di fuga del suo viso. La ragazza ha lo sguardo serio e febbrile, intimidente, quasi iroso.
-Qui mia nipote aveva il ruolo di un bullo di quartiere. Nella storia nessuno sapeva che fosse una ragazzina che, vestita da scugnizzo, cercava di sottrarsi al potere dei maschi di strada. E in questo preciso momento, quanto il fotografo ha scattato, la Vale era da pochi secondi entrata in scena con una serie di salti. Una molla, eh? Volava! E questo volo, proprio in questo preciso momento, diventava un applauso a scena aperta del pubblico del Regio. Il Regio di Torino, cara, mica storie…
E’ stato bello sentire la signora raccontare le emozioni racchiuse in quella fotografia, la prima volta che me l’ha mostrata. Poi, in meno di una settimana, ho capito che quella fotografia era un problema.
Vivo con la signora da quando, dopo aver perso chiavi, soldi, occhiali, telefonino o telecomando, e averli cercati, ritrovati, ripersi, un paio di mesi fa si è persa lei: per strada. L’ha recuperata la Policia Municipal.
La nipote, la ballerina, è arrivata all’isola, mi ha assunta ed è ripartita, ma quando l’ho chiamata al telefono per dirle della fotografia e del fatto che sua nonna la guardi almeno due volte al giorno e dimentichi ogni volta di avermene già parlato, lei mi ha spiegato che la notte stessa in cui fu scattata quella fotografia i suoi genitori persero la vita in un incidente. Un’ora dopo, forse nemmeno.
La figlia della signora, la mamma di Valentina, lasciandole entrambe a teatro stava andando inconsapevolmente a morte. Suo marito era un giocatore accanito, uno scialacquatore, un infedele e un violento che aveva deciso di punire sua figlia e sua suocera perché, di comune accordo, non gli avevamo concesso l’ennesima possibilità di riscatto dandogli altro denaro. Lui aveva lasciato una lettera, poi trovata a casa.
Sua moglie, come sempre, era dalla sua parte contro la madre e persino contro la figlia. Completamente succube, non aveva la pallida idea di cosa il solo amore della sua vita avesse deciso per lei e per tutte loro.
-Mio padre ha puntato con l’auto contro un muro – mi ha detto la signora Valentina- Di proposito. E così ci ha sistemate tutte e tre. Quella fotografia ossessiona la nonna perché racchiude il momento della sua ultima, grande felicità. Poche ore dopo eravamo nel dramma. Lei non si è mai perdonata. Io invece non perdono mio padre, e nemmeno mia madre. Io sono dura, Miranda. Io sono una pietra.
Guardo la signora Maria Josè accanirsi su un punto delle sua parole crociate che non riesce a risolvere. Mi guarda, senza vedermi, e poi si illumina:
-Miranda? Che ne dice se per il mio compleanno andiamo a fare una bella gita al Teide? Eh? Mi piacerebbe proprio…
-Certo. Che bell’idea! – rispondo. E le sorrido.
Il suo compleanno è stato una settimana fa. E siamo state al Teide.

Cinzia Panzettini

“L’autrice dichiara, sotto sua responsabilità, che i fatti e i personaggi del racconto “La fotografia” sono frutto di fantasia, e che qualsiasi somiglianza ad avvenimenti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è del tutto casuale”.

edizionivdp@gmail.comwww.edizionivdp.com

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

29 + = 38