La valanga azzurra

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La valanga azzurra

ViviTenerife – Se non sbaglio venne chiamata così la Nazionale italiana di sci degli anni ’70!

Giovanni Comoli – Sì, dopo che cinque atleti italiani si classificarono ai primi cinque posti della finale di slalom gigante in Germania. Fu un evento storico.

Vuole fare un articolo sportivo questo mese?

No, certo! Solo che, per analogia, mi viene in mente questo nome osservando la “valanga” di italiani che nell’ultimo periodo ha lasciato o ha intenzione di abbandonare l’Italia.

Che impressione le fa? Sinceramente mi da tristezza.

Tristezza? Beh, sono orgoglioso della Nazione in cui sono nato. L’Italia è il più bel Paese del mondo, siamo praticamente la culla della civiltà. Ogni città è un museo all’aria aperta e possediamo la maggior parte dei beni artistici. Abbiamo creato la pizza, la cultura della pasta e del caffè. Siamo il centro del design e possediamo le più rinomate marche della moda e dell’automobilismo. Eppure, nonostante tutto questo che mezzo mondo ci invidia, gli italiani hanno intrapreso una frenetica fuga verso l’estero.

Anche lei però è un emigrato!

Si, però mi sembrano diverse le motivazioni. All’inizio del secolo scorso, gli italiani emigranti erano milioni e alla ricerca di una sistemazione in Paesi emergenti che avevano bisogno di mano d’opera. Nell’ultimo decennio dello stesso secolo, chi, come me, è emigrato, l’ha fatto principalmente per ricercare stimoli ed esperienze diverse. I numeri erano ridicoli, eravamo in pochi, quando raccontavi della tua intenzione di cambiare vita, ti guardavano con stupore.

E oggi?

Rimango perplesso! Sembra che esista un unico messaggio: “in Italia non si può più vivere, bisogna andarsene”. Mi piacerebbe sentire opinioni diverse, un po’ di senso critico ma sembra che tutti si siano allineati, che non ci sia neppure un punto di vista differente. L’Italia è un Paese senza materie prima e senza fonti di energie, ha praticamente perso due guerre uscendone distrutta però il suo popolo ha combattuto la misera e il degrado per arrivare ad essere la settima potenza mondiale.

Ha ragione, dovremmo esserne orgogliosi!

Invece, ho la sensazione che oggi l’italiano si sia stancato di combattere, abbia ceduto allo sconforto e si stia incanalando verso un vittimismo suicida. Sento solo parlare di problemi.

Deve però ammettere che ce ne sono e tanti!

Quale Paese non ne ha? Gli ultimi sette anni, per l’Occidente, sono stati disastrosi. Le aziende hanno chiuso in massa, si sono ridotti i posti di lavoro e dappertutto si sono moltiplicate a livelli mai visti le percentuali dei disoccupati.

Anche qui nelle Canarie, vero?

Certo! Il fatto che questa Nazione che ci ospita, grazie a riforme e sacrifici, bisogna dirlo, stia migliorando i sui risultati macroeconomici, non vuole dire che di colpo ha bisogno di mano d’opera e nuove imprese. Eppure in Italia si è creata l’idea che le Canarie siano un Paradiso e che qui tutto sia facile. Se fosse così, nessuno se ne sarebbe mai andato, non ci sarebbe posto neppure per sedersi. Invece…..!

Quindi, cosa consiglia?

Solo un poco di realismo. L’emigrazione deve rispondere a una necessità personale e basarsi su dati reali, conoscendo in modo approfondito anche il luogo in cui vogliamo installarci. Credo, invece, che si voglia emigrare quasi per ripicca, per una sensazione diffusa di malessere. Mi arrivano richieste di informazioni per il trasferimento da parte di famiglie italiane benestanti con un buon lavoro fisso, casa e due macchine, lamentandosi delle tasse. È vero che l’imposizione fiscale in Italia produce storture e una cattiva distribuzione del carico, però il cambio potrebbe comportare una drastica riduzione del proprio stile di vita. Non bisogna scordare che il proverbio dice: “sai cosa lasci….

…ma non sai cosa trovi!

Vede, cambiare Paese vuole dire, prima di tutto, adeguarsi a regole e usi differenti. Non si può arrivare senza essere disponibili a imparare la lingua e pensando che “qui sono indietro” come moltissime volte ho sentito dire. Prima di aprire o comprare un’attività, è meglio fermarsi alcuni mesi per capire se davvero abbiamo fatto la scelta giusta e per conoscere il mercato. Quello che ha funzionato in Italia, non è detto che possa funzionare qui.

Immagino già i lettori pensare che stare alcuni mesi senza lavorare costa molto!

È vero, però molto meno di qualsiasi errore!

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