Come si vede l’italiano da lontano?

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Come si vede l’italiano da lontano? Risposta alla mail inviata in copia conoscenza alla redazione, per il Signor Giuseppe F.

Non voglio entrare in una polemica, però devo dire che quando si emigra e si comincia a vedere il proprio Paese da lontano, se ne vedono meglio difetti e pregi. Per di più, a Tenerife, la possibilità di condividere lavoro e tempo libero da vicino con altri popoli, aumenta il senso critico.

Come si vede l’italiano da lontano? È un furbo? È un disonesto?

Un amico, un giorno, mi ha fatto notare l’esempio più tipico per capire la cultura dell’italiano. Basta osservare come fa le file: sono rotonde, addirittura in contrasto con il termine stesso di fila che significa “serie di persone o cose in linea”. In questa forma geometrica circolare, che di lineare non ha nulla e che non rispetta quindi il reale diritto di turno, si può riuscire a carpire qualche posizione, nella mischia qualcuno vince un po’ di tempo, rubandolo però ad un’altro (di solito ai più deboli).

Che differenza con Inghilterra e Paesi Nordici in generale, dove, alla fermata dell’autobus, incuranti di pioggia o freddo, i cittadini si mettono in rispettose e lunghissime file e, quando arriva il mezzo e il conducente dice: “only ten, please” (solo dieci, per favore), entrano dieci persone senza che nessuno spinga o cominci a vantare motivi e scuse per avere diritto ad una precedenza.

In Spagna ci siamo venuti anche per questo, perché qui era possibile fare le file rotonde.

C’era disordine, il Governo non controllava se tutti pagavano tasse e imposte, forse aveva altri introiti più interessanti o una situazione economica più stabile. Comunque ne abbiamo approfittato, non abbiamo dichiarato redditi, ne qui, né in Italia (per onore alla verità, occorre dire che neppure l’hanno fatto i popoli nordici).

Il mio articolo, però, non era un’accusa, solamente voleva ricordare che i tempi stanno cambiando.

Quando si parla di fiscalità europea tutti pensano che gli Stati Europei, prima o poi, avranno le stesse aliquote fiscali. Non ci sarà mai questa situazione perché non esiste neppure negli Stati Uniti dopo due secoli di unione. Ogni Stato, Regione, Provincia e, addirittura, Comune o Quartiere, offre servizi diversi perché ha territorio, popolazione, usi e costumi differenti. Ha quindi esigenze di cassa e politiche fiscali proprie.

Quello che invece sta davvero succedendo è che i Paesi stanno avviando lo scambio di informazioni e una politica sempre più unificata per il trattamento dei non residenti, gruppo di persone che, per la loro natura e l’assenza di contatti fra Enti di diversi Stati, hanno potuto godere nel passato di una rilassatezza fiscale, producendo così una notevole perdita alle casse dei Paese Europei.

L’invito era quindi rivolto alle persone che, senza sapere di sbagliare, hanno richiesto la doppia residenza ed oggi stanno rischiando di subirne le conseguenze (blocco di c/c aperti a non residenti che risultano avere il certificato di registro, sospensione delle pensioni di reversibilità a chi ha preso la residenza all’estero, ecc.).

Nessun cambio, invece, per chi ha cambiato la residenza, o prenderà la cittadinanza spagnola, per vivere o lavorare a Tenerife o nelle altre isole delle Canarie.

Saluti cordiali!

Giovanni Comoli

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