Correva l’anno 2050: il racconto di un’epidemia

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Correva l’anno 2050: il racconto di un’epidemia

Tutto accadde nel giro di pochi giorni. Ad un certo punto alla tv i numeri dei contagiati cominciarono ad impazzire e quello che sembrava un problema d’altri, un problema cinese, divenne nostro. Nostro, di noi Italiani per primi.
Che il nuovo virus sarebbe stato una normale influenza all’inizio lo dissero in tanti, sino a che lo dicemmo più o meno tutti. Tranne i soliti allarmisti che parlavano di una grave epidemia, se non addirittura di una pandemia, tranne i soliti ipocondriaci assatanati di paura, il web e la tv erano un proliferare di virologi improvvisati che ci confondevano idee già confuse. Si parlò di cospirazioni, di complotti, di carri armati americani sbarcati in Italia in piena epidemia, di assetti economici nuovi tra super potenze, di un virus appositamente creato da quello o quell’altro potere.

C’erano tanti interessi in ballo, tante questioni economiche che premevano, e se la teoria degli allarmisti fosse stata vera, il mondo avrebbe dovuto cambiare bruscamente. E subito per predisporre mezzi sanitari eccezionali, per prepararsi con un numero maggiore di medici abilitati e assunti, di infermieri, di volontari del soccorso e della protezione civile. Le aziende che producevano mascherine avrebbero dovuto essere messe in condizione di lavorare 24 ore su 24, e così quelle che producevano disinfettanti, guanti di lattice, tute anti-contagio e macchinari per la terapia intensiva, perché il virus era, e quello lo si seppe da subito osservando quel che accadeva in Cina, contagiosissimo. Mirava dritto ai polmoni per soffocarci. Un killer che prediligeva gli anziani perché avevano il cuore meno forte.

Se si fosse capito subito che così era, il mondo intero avrebbe dovuto fermare nel volgere di pochissimi giorni e non ti settimane, tutti i voli aerei, i treni, gli autobus, le città. E avrebbe dovuto fermare il lavoro, se non strettamente indispensabile alla sopravvivenza quotidiana. Tutti i Paesi avrebbero dovuto preparare immediati piani di emergenza per far fronte… a cosa? No, era assurdo: si sarebbero bruciati capitali immensi e l’economia sarebbe precipitata. E la parola economia se scomposta diventa strana. Diventa eco-no-mia… come se non fosse l’eco della nostra voce di singoli. Come se fosse un fenomeno che ci coinvolge tutti, ma dentro al quale ognuno di noi può poco o nulla se non agitarsi per cercare uno spazio di sopravvivenza in un salario o in una attività per sopravvivere.

Ma, in fondo, ogni anno non morivano tante persone di influenza? Si pensò che quella sarebbe stata un poco più seria. Si pensò, ecco, mentre il virus non pensava: mirava sulla nostra specie, semplicemente. Ce l’aveva solo con noi. La Natura che avevamo sporcato, distrutto, alterato nei suoi equilibri, trattato come se fosse nostra e per sempre, nostra serva, puntava dritta su di noi attraverso l’invisibile? Eravamo abituati alle guerre – abituati si far per dire, perché anziani a parte noi si abitava un lungo periodo anomalo di relativa pace – ed eravamo abituati a farci i fatti nostri, per dirla in modo franco. Eravamo accomodati in una sorta di legittimato egoismo di singoli, di gruppi sociali, etnici, economici e geografici e politici, e via via dividendo. Delle necessità globali di tutti noi umani abitanti lo stesso pianeta, e malgrado il clima e l’inquinamento ci dessero chiari segnali di conto alla rovescia, detto chiaro tra noi, ragazzi, ai più non importava.

Nel mondo misero la lotta era ancora contro la fame, in quello ricco sembrava fosse smaltire i chili in eccesso sudando su un tapis roulant e rilanciare i consumi, o sarebbe collassato, piano piano, un sistema i cui limiti erano chiari, ma come per il virus era più conveniente minimizzarli. Per il bene dell’economia.

Quando l’epidemia arrivò in Europa dalla Cina, ci fu la caccia al primo uomo che l’aveva portata nel continente. Chi era il primo untore? Già il termine era usato a sproposito, ma chi era “l’untore”? Era un Cinese, un Tedesco, un Italiano? Non aveva alcun senso e non lo avrebbe più avuto, ma che eravamo tutti esseri umani portatori involontari di contagio lo capimmo nel volgere di poche settimane.

L’Italia denunciò subito il primo caso sul suo territorio, ma il sospetto che vi fossero Paesi che non avevano fatto altrettanto per proteggere la loro economia qualche settimana in più, fu molto forte e molto amaro. E mentre in Italia si isolavano i primi paesi, poi le regioni del nord più colpite e poi tutta la Nazione, noi Italiani ci sentimmo soli. Pareva non venissimo considerati dagli altri Stati perché non fummo immediatamente aiutati e non venimmo considerati come un campanello di allarme gravissimo e credibile.

Mentre il disastro dilagava e uccideva ogni giorno centinaia di persone, i premier di altre nazioni minimizzavano: “A morire sono solo gli anziani, solo gli immunodepressi, solo i pazienti oncologici o con patologie pregresse”…solo come se anziani, immunodepressi e pazienti oncologici o diabetici o cardiopatici non fossero vita. Invece il virus arrivò nei polmoni non solo delle categorie ritenute accettabili, ma anche ai polmoni di giovani donne e uomini senza malattie pregresse.

Lo fece causando una terribile polmonite: la intersiziale bilaterale. Noi non ne sapevamo nulla, la sentivamo nominare per la prima volta e ci fu spiegato che sulle polmoniti batteriche si poteva intervenire con gli antibiotici, ma sulle polmoniti virali non c’era nulla da tentare. Il corpo umano doveva reagire da solo, aiutato con l’ossigeno o venendo intubato per giorni in reparti di terapia intensiva in cui i rumori dei macchinari e dei monitor erano alienanti e insopportabili.

Lottarono per la vita esseri umani che non poterono vedere nessuno dei loro cari per settimane. E in troppi casi non li videro mai più, privati loro e privati coloro che li avevano amati anche della consolazione dell’ultima carezza e del rito millenario del distacco nella tumulazione.

Noi che stavamo bene, seduti impietriti sui divani di casa, in pigiama, vedevamo le riprese dei telegiornali all’interno dei reparti ospedalieri o le lunghe file di camion militari che, di notte, spostavamo salme verso i crematori. Non riuscivamo a credere che un brutto film di Fantascienza fosse diventato improvvisamente realtà.

Tutti i Paesi persero tempo. Tutti dovettero, anche con molto ritardo, agire come l’Italia. Persino gli applausi dai balconi degli Italiani ai loro dottori, ai loro infermieri, ai militari e a tutti i lavoratori eroici che malgrado la paura non poterono permettersi di proteggersi nelle loro case, vennero imitati. Persino le canzoni che gli Italiani cantarono sui balconi o alle finestre divennero il simbolo della vicinanza tra la gente divisa, isolata da una “guerra” contro un nemico invisibile nei giorni in cui, indifferente e bellissima, fioriva la primavera.

L’Italia ebbe questo triste primato e reagì come seppe e poté, e con il calore della sua gente che non sempre dimostrò la necessaria rassegnazione alla clausura forzata, durata molto tempo. Fummo, come al solito noi Italiani, i rappresentanti degni o indegni di “due Italie”: quella che capiva e si rivelava forte e responsabile, e quella che non voleva capire e trasgrediva regole che in quei tempi furono morte.

Vedemmo una notte, sgomenti, una folla scappare da Milano per assieparsi sui treni che erano bombe di virus verso il sud Italia. Il sud che sapevamo, a livello sanitario, incapace di affrontare una simile epidemia.

Ci lavammo le mani cento volte al giorno, non toccammo nemmeno un pulsante delle luci condominiali senza guanti, dovemmo stare tutti ad almeno un metro di distanza da chiunque. Ci negammo strette di mano, abbracci, baci, il conforto del corpo di chi amavamo. Ci vedevamo attraverso le videochiamate o su Skpype, i nostri volti stanchi incorniciati da un monitor e la tecnologia fatta di distanze asettiche alla quale eravamo abituati e che improvvisamente doveva bastarci, non ci bastò dopo solo qualche giorno. Eravamo stati liberi di scegliere di vederci solo via web anche se abitavamo a pochi chilometri di distanza? Improvvisamente fummo costretti a farlo, e capimmo quanto fosse stato innaturale e insano.

Ecco ragazzi, sono passati trent’anni e voi oggi sapete quanto tempo fu necessario a sconfiggere quel nemico. Noi non lo sapevamo. Voi oggi sapete – o credete di sapere, perché ricordatevi che la Storia la scrivono in tanti – ciò che accadde. Forse.
Noi non sapevamo nulla.

Ci ricordiamo solo lunghe file per approvvigionarci di cibo e farmaci; ci ricordiamo che eravamo tutti dietro alle finestre delle nostre case sapendo che tanta gente rischiava la sua vita per salvare la nostra. Ci ricordiamo un tempo rubato all’infanzia, all’adolescenza, alla scuola, al lavoro, all’amore. Ci ricordiamo un tempo rubato a tanti anziani che avrebbero potuto godersi i nipoti, la pensione, la vita che gli sarebbe rimasta da vivere, senza quel virus: senza il coronavirus.

Era il 2020. Tre mesi prima avevamo salutato il 2019, augurandoci un anno migliore, più florido fortunato, felice, sereno. Nessuno di noi aveva il vago sospetto che meno di tre mesi più tardi lo avremmo rimpianto.
Ce la facemmo, alla fine. Tutti insieme, tutti uniti come non avevamo fatto mai.

Per il Il Laboratorio della Memoria Collettiva degli Italiani a Tenerife

Cinzia Panzettini

cinziatenerife@hotmail.com

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