La dipendenza da social ha un nome: “FOMO”.

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Group of people standing in line and looking at their smart phones

La dipendenza da social ha un nome: “FOMO”.

Se ne parla da qualche anno, ma evidentemente non abbastanza, perché quanti di noi sanno cosa sia la FOMO? Si calcola che ogni otto minuti qualcuno finisca con il contrarre questa misteriosa dipendenza: un’ansia sottile costante, intossicante e legata al flusso continuo di Facebook, Twitter, Instagram eccetera.

Se la dipendenza da internet è riconosciuta da molti anni, con la comparsa degli smartphone la tecnologia ha consegnato nelle nostre mani una costante possibilità di collegamento alla rete, aumentando il rischio di dipendenza.

E ora, guardandoci intorno, vediamo giovani e meno giovani digitare ovunque: al ristorante, in spiaggia, per strada. Succede di vedere coppie a cena che non staccano gli occhi dai telefonini e gruppi di ragazzi al bar che con un orecchio ascoltano ciò che dicono gli amici e con un occhio seguono quel che pubblicano altri amici: quelli altrove. Controllo totale? No: spesso totale perdita di autocontrollo, invece.

Poche le risposte e le soluzioni per affrontare un’abitudine collettiva che è diventata ben altro e che arreca, soprattutto agli adolescenti – individui in crescita e quindi non ancora maturi da possedere sempre la capacità di autodeterminarsi e limitarsi – danni seri. I genitori che non sono a loro volta vittime dello stesso fenomeno hanno spesso difficoltà a levare di mano il telefonino ai loro ragazzi. Vi è chi confessa di discutere anche per ottenere che consumino almeno i pasti in famiglia senza interferenze. E quell’almeno dice tutto. Ma non basta: sappiamo vi sia ormai chi non riesce ad evitare lo smartphone nemmeno guidando l’auto, e questa è una follia che uccide sulle strade sempre più spesso.

Secondo le stime del grande fondo d’investimenti statunitense Kleiner Perkins Caufield & Byers, un utente medio guarda lo smartphone almeno 150 volte al giornouna volta ogni sei minuti. È folle, vero?

Dobbiamo sapere che la FOMO si manifesta poi con due distinte fasi: l’ansia da esclusione e di perdersi qualcosa della vita dei propri conoscenti, e un senso di frustrazione e di invidia derivante dalla continua esposizione delle vite altrui, quando si scoprono essere più attive e ricche della propria. Il fenomeno web degli “hater”, gli odiatori è probabile figlio della FOMO ed a dir poco sconcertante: una folla di persone esternano il loro odio sui social, con una violenza verbale e un disprezzo sconvolgenti. Quanti sono inconsapevoli di loro stessi quando sfogano il loro odio e la loro invidia sul web, sapendo di confondersi nella moltitudine e di essere quindi di rado perseguibili penalmente, come avverrebbe nella vita reale?

I soggetti che presentano alti livelli di FOMO riportano infine una carenza di relazioni sociali e sono di norma di cattivo umore. L’aumento dell’impegno sui social può creare un ciclo di risultati negativi e innescare depressione o disforia (l’opposto dell’euforia che può portare a forte irritabilità). È provato che più tempo si trascorre sui social network e più l’individuo si sentirà depresso. Chi cade in questo tipo di depressione pensa di stare perdendo una sorta di “competizione” per avere un proprio ruolo nella società, per essere accettato, apprezzato e supportato dagli altri.

In seguito a uno studio condotto dall’università di Houston, è emerso inoltre che le persone con un livello di FOMO maggiore riportano più sintomi fisici e depressivi, e hanno meno coscienza di sé. Il danno comporta, quindi, un peggioramento della salute fisica, emotiva e cognitiva.
Ora, ciò che leggendo sul web risulta evidente e preoccupante è che curare la FOMO porti dritti da uno Psicologo, quando non da uno Psichiatra che potrebbe essere costretto a mettere mano al ricettario, nei casi più gravi, e a prescrivere psicofarmaci per aiutare a combattere l’ansia durante vere e proprie crisi di astinenza. Si stratta si aiutare qualcuno a staccarsi da un comportamento ossessivo, se è vecchio di anni. E se è vecchio di anni in un adolescente, è chiaro che il problema sia molto serio.

Ce n’è abbastanza per informarsi meglio, interrogarsi a fondo e, se la cosa riguarda noi o i nostri figli, cercare subito un aiuto competente.
Parliamone e diffondiamo un’informazione che risulta poco diffusa se rapportata alla serietà dell’argomento. E viene spontaneo domandarsene le ragioni.

Cinzia Panzettini

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