La radio: il rispetto e il valore del nostro tempo. La radio di ieri, di oggi, di domani

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La radio: il rispetto e il valore del nostro tempo. La radio di ieri, di oggi, di domani

Cos’è, oggi, quella preziosissima figlia del progresso che comparì gradualmente nelle case degli Italiani, da nord a sud, tra dagli anni Venti e Quaranta? Le radio dei nonni erano di solito enormi, dotate di manopole e tasti, poste su tavolini appositi che ne sottolineavano l’importanza e protette dalla polvere con un telo arricciato, confezionato apposta dalle mani della donna di casa, come poi avvenne per il televisore.

Ripensandoci, non saremmo lontani dal vero asserendo che la radio contribuì “a fare l’Italia”. La gente più semplice come quella privilegiata, senza distinzione, ascoltava la radio. E ascoltava l’Italiano, non il dialetto regionale o del posto, perché l’Italiano era allora una lingua da imparare.
L’Italia, che tra una guerra finita e l’altra conosceva sulla sua pelle l’importanza di essere informata, desiderava sapere e voleva capire. Per questo nella casa dei miei nonni e dei loro vicini di casa, sessant’anni fa, la radio era un rito famigliare irrinunciabile. E dal segnale orario in poi – il cui avviso acustico era il gorgheggio di un uccellino – eravamo un solo popolo quando la voce di un uomo, autorevole e impostata, diceva: «Giornale Radio» e calava un silenzio serio e attento.

Gli Italiani di allora erano in massima parte pochissimo scolarizzati. La piaga dell’analfabetismo era ancora aperta e vasta, e attraverso la radio gran parte della popolazione poteva ascoltare ciò che non avrebbe potuto o saputo leggere. Nel pomeriggio, ad esempio, vi era allora chi non perdeva l’appuntamento con quella che le mie nonne chiamavano “la puntata”: cioè la lettura a puntate, appunto, di famosi romanzi. Ecco che la radio diffondeva cultura in contesti nei quali non sarebbe arrivata mai altrimenti.
Coloro che tra voi appartengono alla mia generazione, avranno di certo ricordi nitidi di quando, tornando da scuola per andare a pranzo, le finestre dei borghi, dei rioni e dei quartieri spandevano nell’aria i profumi del sugo, della frittata con le cipolle o dello spezzatino, e si udiva il segnale orario dalle radio accese, una canzone oppure il notiziario. La radio era casa, era paese, era la voce dell’Italia.

Oggi che tutto è così cambiato, che quel tempo è così lontano e i colori del ricordo sono il bianco e nero di certe vecchie fotografie, cos’è la radio?

Parrebbe “meno”, invece è altro ed è tantissimo…ma, come tutto quanto è scontato nelle nostre esistenze, pare non meritare una riflessione.
E allora comincerei col dire che la radio è scelta, e siccome le emittenti e le web radio sono infinite, è anche pluralità di informazione.
Senza timore di smentite posso anche affermare come la radio sia il mezzo di divulgazione e di intrattenimento meno invasivo nelle nostre vite, perché permette un’attenzione selettiva. Può essere un sottofondo inascoltato, ma a una notizia che ci interessa o a una canzone che ci piace saremo immediatamente più attenti.

La televisione è irrinunciabile, ma notiziari a parte e salvo le varie trasmissioni di confronto, esige per sua stessa natura d’essere guardata. Questo ci impone un’attenzione differente e più impegnativa, che di norma è compagna del relax serale. Guardare la tv a tavola non è il massimo per un sacco di valide ragioni e lavorare guardando la televisione non solo non è cosa diffusa, ma nemmeno consigliabile, prudente e men che mai produttiva.
Internet? Un mezzo straordinario del quale non faremmo più a meno, ma si sta rivelando anche un inesauribile vulcano di fake news che sono una vera e grave piaga del nostro tempo, tra l’altro di non semplice soluzione se non a rischio di un bavaglio espressivo che nessuno desidera. Attraverso i social e gli smartphone poi, è evidente che una forma di distrazione di massa stia comportando un uso del tempo sempre più acritico, importante e sempre più spesso di bassissima qualità. Nemmeno i più accaniti sostenitori dei social possono negare l’evidenza di una nuova e già molto seria forma di dipendenza. Vi è anche chi è teledipendente, è vero, ma non esiste il termine “radiodipendente”… e forse vale la pena domandarsi perché.
La mia intenzione non è certo quella di sminuire altri mezzi – semmai di far pensare all’uso che se ne fa – ma quella di far riflettere sul ruolo della radio in questi tempi.

Ebbene, nella sua costante semplicità (al di là dei contenuti, tema che investe ogni altro mezzo sin qui analizzato) la radio rivela una caratteristica unica nel caos quotidiano: educa all’ascolto.
Ci accompagna, la radio, senza imporci pause o dispersioni.
È nelle panetterie che infornano il pane la notte, o in auto con noi mentre siamo alla guida per andare al lavoro. Il gesto è ormai automatico: chiusura dello sportello, cintura di sicurezza, avvio del motore, radio.
La ritroviamo in ufficio, in un discreto sottofondo tra una mail e una telefonata
; è accanto ai camionisti e ai taxisti nei loro viaggi, ma anche nei nostri con le nostre famiglie. È nelle sale d’attesa, in molti negozi, dal parrucchiere o al supermercato. Ci tiene compagnia mentre cuciniamo o puliamo casa. È ovunque una radio possa essere accesa, e ovunque noi si voglia sia accesa. 
È talmente “normale”, la radio, da apparirci scontata. Accenderla è come premere un interruttore e aspettarsi la luce in una stanza buia… e così è necessario un blackout per costringerci a ragionare a quanta irrinunciabile “normalità” affidiamo ogni giorno le nostre vite distratte.

La radio è parallela al nostro tempo esattamente nella misura in cui ci sono invece perpendicolari (o “frontali”) la tv, internet e i social, che ci fermano anche quando dovremmo andare.
Infine, è quasi sempre alla sua musica che dobbiamo certe inattese magie, perché in un momento faticoso, in una giornata qualunque, sappiamo quanto una canzone possa portarci a ricordare un altro giorno; in autostrada o in una brutta periferia, la radio ha il potere di portarci per qualche minuto altrove. Non abbiamo bisogno di guardare alcuna immagine, perché la bellezza è che l’immagina la creiamo noi ed è solo nostra.
Non dimentichiamo che nei momenti migliori per il nostro Paese di residenza o di appartenenza, così come nei momenti più duri, qualcuno ci avrà certamente chiamati al telefono per dirci: «Ho sentito alla radio… sei a casa e puoi accendere la televisione?»
Lasciamoci accompagnare, allora.
Ascoltiamo.
“Votiamo” radio!

Per Radio Base Canarie

Cinzia Panzettini

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