Laboratorio della Memoria Collettiva per Italiani a Tenerife: l’importante era sudare.

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Laboratorio della Memoria Collettiva per Italiani a Tenerife: l’importante era sudare.

Volgendo uno sguardo al passato, sempre riferendoci agli Anni 60 e 70 oggetto del nostro studio e tema del romanzo corale che siamo scrivendo, scopro che nel 1968, anno di contestazioni studentesche e operaie e di grandi agitazioni, non ce la passammo benissimo grazie a un’influenza: la Hong Kong.

Senza molto chiasso – evidentemente, perché in quanti ce la ricordiamo? – la Hong Kong portò a morte per complicanze, anche trascinate nel tempo, circa 20.000 Italiani. Di norma anziani, pazienti immunodepressi, eccetera. Lo avremmo mai detto? Ebbene ciò che in questi giorni pare evidente è che se da un lato l’informazione continua può fare molto per il contenimento di un focolaio, dall’altro il conteggio del numero delle vittime e dei contagiati, in crescendo, semina un panico che dovrebbe essere evitato. Esiste una “sovra-informazione”?

Esiste un dosaggio eccessivo di notizie che invece di curare “ammala”prima di ansia, e poi si vedrà? A ciascuno di noi la risposta, ma cambiamo discorso, pur rimanendo in tema: ci ricordiamo come vivevamo l’influenza quando eravamo bambini, cinquanta o sessant’anni fa?

Il tutto partiva come oggi: mamma ci accostava le labbra alla fronte e diceva «Scotti, hai la febbre» e tornava di lì a poco per aiutarci a mettere il pigiama e portando un termometro di vetro, che negli Anni Sessanta era con colonnina di mercurio e stava protetto in un tubicino di alluminio.

La temperatura si misurava interna e ben poche tra le nostre madri ci permettevano di tenere il termometro in bocca: il mercurio è velenosissimo e non si sapeva mai cosa potesse accadere a un bambino che aveva un termometro tra i denti. La via alternativa… l’abbiamo conosciuta tutti!

L’influenza allora era un febbrone da cavallo e i farmaci antipiretici (supposte di Uniplus, cos’altro vi ricordate?) non erano efficaci come ora. La credenza popolare recitava poi di tenerci ben coperti, il che significava avere 39 di febbre e andare dritti a 40 e oltre… ma a quel punto, dopo averci fatti praticamente bollire a letto, avvolti in maglie di lana e sotto a una montagna di coperte e con il rinforzo della borsa dell’acqua calda, a cottura ultimata (…) venivamo scoperti e sottoposti a spugnature fredde. Siamo sopravvissuti ed è un mistero fitto…

Ricordo che gli antibiotici erano bombe a mano e che se finiva male e il medico prescriveva l’intramuscolare, partiva il rito satanico della bollitura della siringa sul fornello di casa. Dentro a una sorta di pietanziera ovale, sobbolliva con un tintinnio sinistro lo strumento di tortura in vetro spesso e con un ago da materassi dalla base ottonata. L’idea di una iniezione era un incubo e quando gli adulti ci dicevamo che non ci avrebbe fatto alcun male, piangevamo subito perché sotto c’era la fregatura. I tempi di “Già fattooo???” delle Pik Indolor (le prime siringhe in plastica monouso) erano lontani.

Anche quando i grandi ci dicevano che lo sciroppo non era amaro ci stavano fregando. Se lo era – e salvo rare e magnifiche eccezioni lo era – a me mia madre diceva: «La medicina è amara perché ti fa bene!» Non capivo il nesso tra certe pozioni dal sapore letale e la mia salvezza, ma mamma mi tappava il naso e vai con la cucchiaiata di fiele. Appresso acqua e zucchero, che si doveva bere in gran quantità comunque.

Col raffreddore ci tenevamo il naso tappato per giorni. Il VixVaporub spalmato sul petto (si diffuse con la pubblicità in tv) ci permetteva qualche ora di sonno decente, poi riprendeva l’apnea. E i fazzoletti? Erano solo di stoffa e dopo due giorni i nostri nasi erano già scorticati.

I disturbi intestinali conseguenti agli antibiotici, le afte in bocca e tutto il possibile dovuto all’impatto della cura sull’organismo debilitato dalla febbre erano all’ordine del giorno, e il tempo da passare a letto, soli e senza tv, era interminabile. Sapevamo sopportare dolori, fastidi e disagi ora alleviabili e persino tollerare la noia che oggi si inganna tra tv e videogiochi. Le zie e le nonne ci facevano visita e chiacchieravano tra loro intorno al nostro letto.
Ma chi si ricorda il sentore del brodo di pollo o di gallina che aleggiava per casa e la nausea di noi malatini che non avevamo un filo di fame e dovevamo almeno bere il brodo?

-Ti fa bene – Non lo voglio – Ti fa bene – Ma non mi piace! – Ti fa bene: bevilo o te le suono.

Nemmeno con la febbre a 190 potevamo fare di testa nostra. (Che strani gli adulti di allora…)
Ci venivano serviti i pasti a letto e quello ci piaceva. Ci piaceva meno ciò che ci mettevano nel piatto, perché era rigorosamente in bianco e tassativamente insapore. Altra roba che siccome ci faceva schifo, ci faceva bene. Tentavamo di passare direttamente alla mela o alla pera cotta, immancabili del rituale domestico dell’influenza, ma erano il premio per aver ingurgitato qualche cucchiaiata di purè o di pollo lesso.

Tornavamo sui banchi solo dopo “la convalescenza”: bene ormai estinto. Eravamo ancora un poco deboli e con la testa che sembrava piena di cotone. Pallidi e dimagriti, ci dicevano che eravamo cresciuti, perché si sosteneva che stare sdraiati a letto per qualche giorno “allungasse la ossa”.
Io ci credevo.

Era proprio vero che stavamo meglio quando stavamo peggio? Risposta secca: no, però ci siamo fatti le ossa, mentre “si allungavano”…

Cinzia Panzettini

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