Lingua spagnola: la parola dell’anno 2019 non è una parola

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Lingua spagnola: la parola dell’anno 2019 non è una parola

Lo scorso mese eravamo troppo impegnati a metabolizzare la sbornia dei festeggiamenti di fine anno, e ci siamo dimenticati di aggiornarvi su una notizia importantissima: a fine dicembre è stata scelta la parola dell’anno 2019 dalla Fundación del Español Urgente, promossa dall’Agenzia Efe e dalla BBVA, per quanto riguarda la lingua spagnola.

Non possiamo non parlarvene, perché abbiamo a che fare con una vera rivoluzione dal punto di vista linguistico, mentre, socialmente parlando, è il semplice riflesso dei tempi in cui viviamo. La scelta del 2019 aiuta a comprendere come la lingua sia “solo” parte della categoria superiore del linguaggio umano, un’espressione vitale in continua evoluzione, capace di scardinare paradigmi consolidati, che ci piaccia o no.

Il nostro modo di comunicare sta cambiando profondamente: nei ritmi, nei modi, nella grafica, nell’attingere a più mezzi comunicativi allo stesso tempo. Negli ultimi sei anni, le parole scelte dalla Fondazione erano state rispettivamente “escrache”, selfi”, “refugiado”, “populismo”, “aporofobia” e “microplástico”. Nell’anno appena concluso, la fondazione ha scelto i piccoli simboli denominati emoticons, o emojis (e le variazioni bitmojis, memojis, animojis). Sono simboli di una comunicazione che è diventata quotidiana: chats, applicazioni di messaggistica, posta elettronica, accompagnano le nostre azioni, ogni giorno. Javier Lascuráin, Coordinatore Generale della Fundéu BBVA spiega in un intervista, che gli emoticons costituiscono un elemento in più che contribuisce al fine ultimo delle lingue: la comunicazione tra le persone. “In un mondo contraddistinto dalla velocità, gli emoticons consentono agilità ed efficacia. In un contesto dove dominano chat e i sistemi di messaggistica istantanea, questi elementi ci consentono di aggiungere sfumature e intenzioni che altrimenti andrebbero persi…inoltre, molti di questi hanno valore universale, hanno il potere di essere compresi da persone di culture e lingue molto differenti tra loro.” Come ha supposto anche Mario Tascón, Presidente della Fondazione: “ gli emoticons potrebbero essere quanto di più vicino ad un linguaggio universale, mai creato prima dall’umanità”. Dal punto di vista linguistico, l’utilizzo di questi piccoli elementi presuppone riflessioni e sfide molto interessanti, che cominciano a scuotere il mondo accademico. Nella Fondazione sono convinti che nessuno abbia mai vinto la battaglia contro il futuro, e quindi, prendere consapevolezza dell’esistenza degli emoticons, rappresenta forse un semplice atto di onestà intellettuale.

Cosa è successo invece nell’universo della lingua inglese? Rispetto ad una scelta così rivoluzionaria, come quella appena descritta, gli anglofoni si sono rivelati conservatori, scegliendo termini convenzionali. Per il Cambridge Dictionary la parola del 2019 è stata “upcycling” (genericamente tradotto con “riciclare”), mentre per i rivali dell’Oxford Dictionary, la parola, o meglio detto, l’espressione vincitrice è stata “climate emergency” (emergenza climatica). Termini convenzionali, sì, ma specchio anch’essi dei tempi che viviamo, e, soprattutto, delle paure contemporanee.

Francesca Passini

Sitografia: elpais.com; infobae.com; adnkronos.com; cosmopolitan.com.

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