Vivi Tenerife. La rubrica dell’editore: l’esperienza mi insegna

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Vivi Tenerife. La rubrica dell’editore: l’esperienza mi insegna

La rubrica del buon umore: il perché smuove le montagne

Cari amici, cari lettori,

come promesso lo scorso mese, in occasione del decimo compleanno di Vivi Tenerife, ho deciso di avviare un appuntamento mensile con voi. Un momento in cui faccio mente locale, mi fermo a riflettere sugli ultimi dieci anni di questa avventura editoriale, che coincidono con la mia nuova vita alle Canarie, e mi chiedo in che modo possa mettere a vostra disposizione le esperienze di cui ho fatto tesoro. Un esercizio utilissimo anche per me, perché in questo modo mi costringo a dare forma, prima nella mente, poi nelle parole, a ciò che è stato, e a ciò che non smette mai di essere: un percorso quotidiano.

Sapete, miei cari, tutti i giorni incontro connazionali che mi raccontano la loro esperienza, e capita purtroppo più spesso di quanto vorrei, di sentire parole piene di rancore e delusione. Rancore nei confronti del proprio paese: torti subiti, difficoltà economiche, conflitti familiari, forti a tal punto da far scegliere di lasciare il proprio paese. Ma poi la delusione, qui, per aver pensato di trovare aiuto e conforto da chi parla la tua stessa lingua, e aver invece compreso che a volte, è proprio dalla tua stessa lingua che devi mantenerti distante.

L’esperienza mi insegna quindi che non è cambiando paese, che certe situazioni non si presentano più. Devo riconoscere, che è stato proprio qui a Tenerife che ho capito che dovevo difendermi più che in Italia. Più la mia impresa cresceva, più aumentavano i tentativi di diffondere informazioni non vere su di me, sulla mia persona, sul mio agire. Sulla mia volontà di voler portare avanti questo progetto, che è sempre stato mio, solo mio.

So che in questa situazione vi siete ritrovati in tanti. E allora, che fare, quando non siamo in grado di riconoscere gli amici dai “falsi” amici? L’unica cosa da fare, è riconoscere, sempre, sé stessi. Tornare a rispolverare il proprio perché. Se necessario, ogni giorno. Scriverselo grande e appenderlo sul mobiletto del bagno, sul frigo, sotto lo specchietto retrovisore. Ripeterselo fino a farlo diventare un mantra, una preghiera. Nutrirsene quotidianamente. Non lasciate che gli altri vi disperdano.

E poi ricordate che, comunque, c’è anche chi vi sorride. Ricordatevi di quel saluto, di quell’augurio, di quella risata, di quell’abbraccio, di quella mangiata fatta insieme a chi non vi chiede niente, se non un momento di serenità vissuta insieme. E ricordatevene ogni giorno. Ogni benedetto giorno. Scrivetelo, nero su bianco, il vostro perché, e tenete queste parole sempre con voi. Io faccio altrettanto.

Cordialmente,

Antonina

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