“Scrivere è… lasciare andare” racconto di Cinzia Panzettini

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“Scrivere è… lasciare andare” racconto di Cinzia Panzettini

Cara Anna,

oggi mi sono seduto a un tavolino del bar di fronte al tuo. Da là, nascosto dietro ai miei occhiali da sole e a un giornale sportivo aperto a caso su una pagina della quale non ho letto un solo rigo, ti ho osservata a lungo.
Perdonami se l’ho fatto, anche in passato e senza che tu te ne accorgessi. Sappi che non accadrà mai più. Il tempo e la distanza sono riusciti in mille imprese in questi anni. Ho perso un bel po’ di capelli ed è sparita anche l’espressione da
bad boy un po’ stordito che piaceva tanto alle ragazze, poco ai professori, per nulla ai miei e non ha mai impressionato te.
-È l’età – dicevi a mia madre, inchiodandomi con un sorrisetto a quei tre maledetti anni in più che facevano di te una ragazza, e di me
solo un ragazzino. Sappi che da allora ho smesso di marinare la scuola, di litigare con le mie sorelle e di fare il fenomeno. Non mi faccio una canna da una vita e sono puntuale al lavoro. Ci vado in giacca e cravatta, ci crederesti? Giacca, cravatta e quando arrivo in reparto levo la giacca e indosso un camice immacolato e perfettamente stirato. Poi magari non lo abbottono, perché pare che faccia più dottore e meno dottorino. Fine delle trasgressioni.

Da che ho smesso di guidare lo scooter in piedi sul sellino e di spaccarmi le ossa in ogni possibile modo, guido un’auto sobria e riparo le ossa altrui in sala operatoria. Mio padre non mi ha mai permesso l’accesso al garage nel quale teneva i suoi attrezzi e men che mai di usare il suo Black & Deker, quindi mi sono preso le mie rivincite per vie traverse e sono un chirurgo traumatologo. Nell’anniversario della mia tesi di laurea, anche se c’è scirocco e rischia di liquefarsi l’asfalto, mia madre esce e va ad accendere un cero a Santa Rosalia. Secondo lei la Santuzza non ha solo salvato Palermo dalla peste, ma anche me dai miei smarrimenti postpuberali e dalle mie ribellioni giovanili. Senza l’intercessione della Santa, a suo avviso io sarei oggi sotto a un ponte a strimpellare alla chitarra “Nothing Else Matters” dei Metallica.

Forse cercando ancora inutilmente di imitare la voce di James Hetfield, perché ti faceva impazzire.
Nessuno ha mai avuto la più pallida idea che, proprio nell’anno della maturità classica, ci fossi tu all’origine di certe mie improvvise indolenze e ombrosità, ma tu eri bellissima, io un testone e quindi saresti stata mia. Si trattava solo di aspettare che quei maledetti tre anni di differenza tra te e me diventassero ininfluenti…

Eri arrivata a Palermo con la tua famiglia a ventuno anni. Odiavi la città, volevi tornare a Milano e mentre mi parlavi dei tuoi rimpianti stavi diventando il mio. Intanto eri il parafulmine delle mie tempeste ormonali e il rifugio inviolabile del mio unico segreto. Se avessi detto agli amici che soffrivo per te, oggi starebbero ancora ridendo. Un anno dopo io ero a Milano a frequentare Medicina e odiavo la tua città, ma tornando per le vacanze estive avevo dovuto odiare anche te, che invece avevi incominciato ad amare follemente Palermo, ma anche Tommaso Gemelli.

Ventisei anni, bello, fresco di laurea, con un appartamento in centro, una famiglia ricca sfondata alle spalle e una collezione di ex fidanzate di tutto riguardo, Gemelli avrebbe almeno dovuto stare sulle scatole al mondo. Per direttissima. Invece era pure un bravo ragazzo e ho trascorso tre estati infami macerandomi e coltivando la nobile, generosissima speranza di vederti perdere interesse per lui e impazzire per me.

L’estate seguente sono stato costretto a vederti vestita da sposa e ad augurarti ogni bene. Ero sincero e alzavo le mani di fronte ai tuoi sentimenti e alle tue speranze di felicità. Forse è in quel momento che sono diventato un adulto, ma non ho smesso di pensare a te. Rinunciavo a te, era diverso.

Domani mi sposerò io, Anna. Tra poche ore.
La casa dei miei è sempre sullo stesso pianerottolo nel palazzotto dalle parti del Politeama dove ancora vivono i tuoi. Mamma e papà l’hanno imbiancata di fresco per far bella figura coi parenti. Hanno levato le fodere dai divani e sistemato i regali di nozze sul tavolo in soggiorno. L’aria profuma di confetti e le donne di casa sono felici e nervose. Mio padre ed io non troviamo una collocazione: disturbiamo ovunque. Non possiamo sederci, guardare la tv, spostare nulla. Sporchiamo, dicono. Io non devo vedere l’abito della sposa e possibilmente nemmeno troppo la sposa. -Porta male – dice mia madre che passa con sbalorditiva disinvoltura dalla devozione a Santa Rosalia alle più ridicole superstizioni.

Io e la mia fidanzata conviviamo da un anno a Milano, ma qui dobbiamo mandarci segnali battendo sul muro la notte, come il Conte di Montecristo e l’abate Faria.

Oggi ero venuto al bar per salutarti, ma non l’ho fatto e mi sono seduto al bar di fronte limitandomi a seguirti con lo sguardo e a pensare che ti ho amata come credevo non avrei più amato nessuno. Non sapevo si potesse amare così solo una volta, perché solo una volta si può amare l’amore. Dopo si può amare qualcuno, finalmente. Non un sogno, ma una persona. Dopo si può amare davvero.

Ti ho scritto questa lettera a notte fonda, per congedarmi da un lungo tempo che ora mi sembra un lungo sogno. L’ho fatto rivolgendomi a te che lo hai inconsapevolmente abitato.
Sono ciò che resta di quel ragazzo che ti amava, ma soprattutto oggi sono un uomo che ama completamente la donna che ha scelto. Spero sarà per sempre.
Brucerò quanto ho appena scritto. Lo farò adesso. Manderò in fumo tutte le parole che troppo a lungo hanno bruciato dentro di me. Sono felice di averti conosciuta.
Buona fortuna, Anna.
Con sincero affetto,
Matteo.

L’autrice dichiara sotto la sua responsabilità che i personaggi e gli avvenimenti di questo breve racconto in forma epistolare sono frutto di pura fantasia e che ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistite è puramente casuale.

Cinzia Panzettini

edizionivdp@gmail.com – edizionivdp.com

Sul prossimo numero di “Vivi Tenerife” “Scrivere è una fotografia”.

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