“Scrivere è un regalo” racconto-testimonianza

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Scrivere è un regalo”

racconto-testimonianza di Cinzia Panzettini

Il mio nonno paterno nacque a Viadana sul Po (Mantova) nel 1906. Nel 1914, un anno prima che scoppiasse la Grande Guerra, aveva frequentato la terza elementare ed era del tutto ignaro del fatto che non avrebbe mai più visto il banco di un’aula scolastica. La nera miseria di una numerosa famiglia impose alla mia bisnonna anche il dolore di sospendere gli studi del suo primogenito. Era un bambino esile, piccolo e malnutrito come gli altri suoi figli, ma più sveglio, intelligente e curioso.

Lei conosceva bene l’importanza dell’istruzione, anche se la sua non le era servita ad evitare prima un pessimo matrimonio e poi una vita di stenti. La mia bisnonna era la sola donna di quelle campagne a saper leggere e scrivere con proprietà e per questo veniva ricompensata – con un uovo o con tre noci o un pezzetto di lardo – da coloro che, analfabeti, arrivavano con le famiglie a farle scrivere una lettera ai figli (in America, per lo più) o per farle leggere le lettere ricevute e scritte da altri, per conto dei loro ragazzi.

“La Rosa” leggeva per tutti ogni sera, anche: per un’ora, dopo cena, d’inverno nelle stalle e d’estate sotto il portico di una cascina che si trasformava in una sorta di teatro molto frequentato. Le donne si portavano il lavoro a maglia, mai ferme. Si alzavano prima degli uomini, si coricavano dopo e nelle rare pause sferruzzavano, cucivano o rammendavano per l’ennesima volta tutto ciò che potesse ancora sostenere un rammendo in più. La mia bisnonna veniva ringraziata, dunque, con piccoli omaggi sempre commestibili. Tutti sapevano che erano un aiuto a sfamare (mai del tutto) i cinque figli che cresceva da sola.

Leggendo con passione, “la Rosa” portava quei contadini a seguirla con l’immaginazione. Non si udiva volare una mosca e l’attenzione di tutti era tanto densa da poterla quasi toccare. Quella gente incolta era assetata di immagini che la portassero altrove, oltre la vasta campagna da coltivare che era il suo eterno, unico orizzonte. Era gente semplice, affamata e affascinata da quella lingua meravigliosa che sarebbe dovuta appartenere a tutti gli Italiani, mentre apparteneva solo agli eruditi, perché ovunque in Italia il popolo parlava solo il dialetto locale.

La mia bisnonna leggeva romanzi come “Malombra” o “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro. I contadini bussavano all’uscio dei vicini per compiere insieme a piedi il tratto di strada che li separava dalla cascina. Non si poteva mancare perché: “Stasera a ghé da sígar”, cioè c’era da commuoversi. Piangere senza ritegno, e anche se uomini, pareva essere un gran bel divertimento per quella gente che, rassegnata alla propria miseria o sventura, liberava le sue emozioni e i suoi dolori partecipando a quelli di un personaggio letterario.

Comunque mio nonno a otto anni finì a sorvegliare i tori di un allevatore. Al gelo come sotto il sole a picco, alzandosi all’alba e rincasando la sera, demolito e con chissà quali sogni a difenderlo dalla realtà. A noi nipoti raccontava del freddo che aveva patito quando ci rimboccava le coperte, nelle sere in cui i nostri genitori ci affidavano a lui per uscire. “Fuori c’è un freddo, ma un freddo, come quello che ho sentito io, voi mai” ci diceva. “Voi siete dei signori con le vostre scarpe calde, con le vostre coperte calde. Voi avete i termosifoni accesi e siete dei bambini fortunati. Guardate come siete belli caldi, come volpacchiotti…. Come sono contento! Sono proprio contento!”.

Ci guardava come grandi miracoli calati in un grande miracolo e a volte ci diceva, quando eravamo capricciosi, che “l’avessi avuto io, quel che voi avete…”. Naturalmente non capivamo. Ci controllava i compiti inforcando gli occhiali, serissimo, perché sua madre gli aveva dato poi privatamente ciò che pubblicamente aveva dovuto negargli: una base culturale. Solo una base fatta di conti da far quadrare e delle letture che passava il convento, dato che i soldi per i libri non c’erano… ma tanto che il resto potesse farlo lui.

Quando l’Italia dopo due conflitti in quarant’anni era impegnata nella ricostruzione e si accostava a un lungo periodo di pace e di benessere, la mia bisnonna era cieca e di lì a poco sarebbe morta, mio nonno aveva cinquant’anni e in quel tempo e a quell’età avere dei sogni era ritenuta quasi una forma di disadattamento.

Un giorno di qualche mese fa mio padre, dividendo ciò che era bene tenere e ciò che si poteva buttare tra le fotografie e le scartoffie della quasi centenaria zia Leopoldina, ha trovato qualcosa che ha pensato potesse essere un regalo gradito a me e alle mie figlie: una lunga lettera di mio nonno alla sorella che era stata la piccola di casa. L’ha fotocopiata e ce l’ha fatta avere. Ho pianto tanto e non perché quelle pagine raccontassero la sua povertà di bambino (non la menzionava), ma perché erano scritte in calligrafia, con il pennino e l’inchiostro nero su una pagina ingiallita e resa fragile dagli anni, in un Italiano impeccabile.

I caratteri inclinati, perfetti, raccontavano di lui e della sua vita spesa a rincorrere unicamente la necessità in quel suo lontano mondo scomparso. Soprattutto rivelavano la capacità di un vero, elegante, autentico narratore. Questa cosa è stata per me un dolore che comprende appieno chi scrive o vorrebbe farlo.

Mio nonno era un talento che visse e morì sapendo che avrebbe potuto fare cose belle come forse lo erano stati suoi sogni grandi, uccisi da piccoli. Poteva avere una vita molto diversa, mio nonno, ma fu la sua stessa vita a non permetterglielo. Ho tante fotografie di lui, tanti ricordi, ma l’ho conosciuto davvero leggendo le sue parole in quella curata grafia inclinata – commovente se ricordo le sue mani nodose di lavoratore – e sorprendentemente evocativa.

Ricordatevene, quando inviate un selfie ai vostri nipoti, al vostro amore, ai vostri genitori. Non scrivete sulla sabbia, scrivete su una pagina bianca. Fate a chi amate il regalo più grande: scrivete una lettera.

Cinzia

edizionivdp@gmail.com – edizionivdp.com

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