Tenerife. Perché Annabel parla Italiano?

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In un ufficio di Santa Cruz di Tenerife due amiche ed io abbiamo conosciuto lei, Annabel, che dietro alla sua scrivania ci ha guardate con gli occhi che le sorridevano non appena abbiamo attaccato con il nostro: “Buenos dias. Estamos aquí porque…”.
«Siete Italiane?» ci ha chiesto subito lei aggiungendo: «Vi dispiacerebbe parlare la vostra lingua? Mi fareste un grande regalo…».

Un regalo? Ne avrebbe fatto uno enorme lei a noi, consentendoci di addentrarci in un momento burocratico usando la nostra lingua, quindi a quale regalo alludeva?

Così Annabel ci ha spiegato in un ottimo Italiano (persino con i congiuntivi a posto, usanza che si va tristemente perdendo in Italia) che lei studia la nostra lingua da tre anni, ma ha pochissime possibilità di parlarla fuori dall’aula.

Felici di averla trovata sulla nostra strada, alla domanda sul perché avesse deciso di studiare Italiano ha risposto con un entusiastico: «Solo perché mi piace. Da pazzi! Ho una vera passione per la vostra lingua. È così bella, così musicale, elegante, ricca…».

Forse noi non abbiamo un’idea precisa di come possa risultare la nostra lingua all’orecchio degli stranieri. Parliamo Italiano dalla nascita e farlo è automatico come premere su un interruttore della luce e illuminare una stanza. Non ci chiediamo quale storia e quanto lavoro vi sia dietro al semplice gesto di premere quell’interruttore e allo stesso modo non pensiamo al valore della nostra lingua e della sua storia. I nostri genitori che ce l’hanno insegnata sin da che eravamo poco più che lattanti perché potessimo esprimerci, e i nostri insegnanti hanno lavorato per metterci in condizione di parlarla e di scriverla correttamente.

Parliamo di lei, allora: della nostra bella lingua. E comincerei col dire che anche se è solo al 21º posto tra le lingue più parlate nel mondo, l’Italiano ha due interessanti primati: è la lingua che viene parlata nel maggior numero di Paesi (26 in tutto, per via dell’emigrazione italiana) e dal 2014, superando il Francese, è la quarta lingua più studiata al mondo dopo l’Inglese, lo Spagnolo e il Cinese.

Sappiamo che l’inglese consente un veloce interscambio ed è utile sempre e ovunque, che lo Spagnolo è molto parlato nel mondo e che il Cinese è ormai quasi indispensabile per l’economia, il commercio e l’industria…ma perché all’estero si studia così tanto l’Italiano?
Signori e signore, possiamo essere orgogliosi, perchè l’Italiano si studia nel mondo come espressione di cultura, di pensiero e di storia. Chi studia italiano non è solo spinto da ragioni lavorative o turistiche, ma anche e soprattutto da motivi artistici.

È l’Arte (e vorrei dire la nostra arte in generale, anche fuori dai musei) che attira studenti, intellettuali, studiosi e gente comune! È l’amore per l’Italia, e dunque per la sua cultura e la sua lingua, il motore. Un motore non nuovo e molto potente.

Le ragioni storiche? Il nostro straordinario Rinascimento ha sempre esercitato un fascino fortissimo non solo tra gli Europei, ma anche tra gli Statunitensi che lo ritengono un periodo non paragonabile a nessun’altro arrivando a rappresentarlo come un passato comune, visto che l’ammirazione per l’architetto rinascimentale Andrea Palladio (1508-1580) venne ampiamente emulato nella costruzione di edifici e ville in stile chiaramente palladiano (esempio eccellente: la Casa Bianca).

E che dire dell’autentica cotta che grandi nomi del passato si presero per il Belpaese? Parliamo di Mozart, che avrebbe desiderato vivere a Milano per sempre e non gli fu permesso? O di Goethe che percorse la penisola e ne scrisse meraviglie o di Stendhal che visse a Milano, Parma, Firenze, Roma, Napoli e scrisse un trattato sulla pittura italiana? Lord Byron si fece stregare dall’Umbria. E l’amore di Hemingway per l’Italia, nato sul Carso quando diciottenne guidava le ambulanze della Croce Rossa americana, lo accompagnò tutta la vita e divenne parte della sua produzione letteraria. Scrisse: “I miei scritti dall’Italia hanno quel non so che di speciale che riesco a mettere solo nelle lettere d’amore”.

Gogol per motivi di salute (il clima dell’Italia era considerato una medicina) doveva trascorrere a Roma due settimane: vi rimase quattro anni. Deve essergli piaciuta…
Di certo piacque Firenze a Fyodor Dostoyevsky che vi soggiornò per ventidue anni. Fuggiva dai creditori e riuscì nella nostra terra a completare il romanzo “L’idiota”, che risanò le sue finanze. Nelle sue lettere personali asseriva di pensare a trasferirsi in Italia per sempre e a Firenze nacque sua figlia; la chiamò Lubov: traduzione di “amore”.

È italiana la lingua dell’opera lirica, che prima ebbe un enorme successo in Europa e poi oltre oceano. Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini fanno esplodere di entusiasmo e di emozione ogni giorno i più grandi teatri del mondo. E alla fine di orni “aria” il pubblico ovunque grida l’italianissimo “Bravo!”.

Se vogliamo prendere in esame la Letteratura, accanto a Shakespeare c’è Dante Alighieri con la sua “Divina commedia”: poema mai eguagliato per dimensioni, complessità e irripetibile genio.
Ecco perché l’amore per la lingua italiana è così forte: perché è indispensabile ad affrontare e comprendere una cultura immensa che dona al mondo Arte e bellezza.

Ma non basta, perché la nostra lingua ne ha permeate altre attraverso moltissimi “italianismi”. Quali sono i più importanti? A parte molti termini legati alla musica Classica, come scrive il Professor Leonardo Rossi sul sito di Treccani: “gli italianismi sono parole prese in prestito dall’Italiano nei vari paesi del mondo. Sono più di ventimila, e le lingue coinvolte un numero imprecisato”. In parole povere in giro per il mondo si usano parole nostre senza che noi e chi le pronuncia ne siamo al corrente.

Non male per una lingua che sta solo al 21° posto tra le lingue più diffuse…

Pensate che ognuno di noi, parlando Italiano quotidianamente, d’istinto attinge a un “deposito” di circa 7.000 termini comuni. Non di più. Ebbene la nostra lingua ne conta sui dizionari circa 160.000 e su Treccani ben 800.000.

Le ragioni per le quali è interessante studiare il fenomeno degli “italianismi” sta nel fatto che raccontano ciò che dell’Italia e degli Italiani sembra notevole o tipico all’estero, e riflettono aspetti della cultura, delle invenzioni o dei prodotti che hanno origine in Italia.
Vediamo solo qualche “italianismo” famoso e partiamo da Fellini che con suoi film ha lanciato nel mondo le parole
“paparazzo” (presente in 23 lingue straniere) e “dolce vita” (16). Sergio Leone, sempre attraverso il cinema, ha diffuso il genere chiamato “spaghetti western”, o western spaghetti come pure si dice in alcuni paesi. Alla vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna del 1982 si sono diffusi i termini legati ai campi di calcio: “libero” (18), “tifoso” (17) e “azzurri” (8).

Ovviamente il settore più ricco di “italianismi” è quello gastronomico con “tiramisù” (in 23 lingue, tra cui il Giapponese, l’Indonesiano e persino il Thai e il Laotiano), “pesto” (16), “carpaccio” (13), “bruschetta” (13), “rucola” (11), “ravioli” (36), “salame” (32), “espresso” (31), “risotto” (27), “cannelloni” (25).

Primatisti del settore sono naturalmente “spaghetti” (54), “pizza” (50), e “cappuccino” (40). Molto diffusi anche “ciao” (in 37 lingue) e purtroppo e molto tristemente “mafia” (45). Non posso darvi solo buone notizie… ma torniamo leggeri e scopriamo che a volte alcune parole italiane assumono all’estero un significato diverso. E’ il caso di “pepperoni” (attenti alle due P quando ordinate in certi ristoranti dei paesi anglosassoni) che non sta per “peperoni” ma per salsiccia aromatizzata con il peperoncino, oppure salsiccia piccante.

Nello spagnolo parlato in Argentina, Polenta o pulenta nel gergo, significa “energia, vigore fisico”. E in Coreano “mandollin” sta invece per “donna incinta”. (Insomma: la forma c’è…).

Abbiamo capito, quindi, che noi Italiani sappiamo dire ciò che milioni di persone nel modo chiedono di imparare? E se questo aspetto da solo può farci capire come sia importante che i nostri bambini e i nostri ragazzi a Tenerife e alle Canarie non perdano la loro Lingua Madre – anche nella sua forma scritta che viene persa quasi sempre e che in caso di rimpatrio comporterebbe loro serie difficoltà scolastiche – deve farci riflettere questo patrimonio che troppi di noi, nell’esigenza di parlare bene lo Spagnolo, sottovalutiamo.

Possiamo parlare due lingue o più lingue: perché maltrattare proprio quella che parliamo meglio e che fa parte delle nostre radici? Difendiamola, visto che è oggetto di un paradosso che ha dell’incredibile, perché l’Art. 6 della Costituzione Italiana afferma che “la Repubblica Italiana tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”… ma stranamente non prevede alcuna tutela per l’Italiano, cioè la lingua parlata in larghissima prevalenza sul territorio nazionale e sullo studio della quale lo Stato investe fior di quattrini per ogni studente.

L’affermazione che “quella italiana è la lingua ufficiale dello Stato” si trova solo nello statuto di autonomia della Regione autonoma Trentino-Alto Adige: ossia di un territorio dove l’italiano è in concorrenza con altre lingue (Tedesco e Ladino).

Questo incredibile “svarione” della nostra Costituzione è stato spesso oggetto di discussione, ma non è ancora stato corretto.
Detto questo, cari amici, “ciao”!

Cinzia Panzettini

© Riproduzione riservata

Foto: Silvia di Biagio

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