Testimonianza dall’ovest. Quando cadde il muro di Berlino, io ero appena arrivata in Germania

0
191

Testimonianza dall’ovest. Quando cadde il muro di Berlino, io ero appena arrivata in Germania

Quando cadde il muro di Berlino, io ero appena arrivata in Germania. Non immaginavo che ci sarei rimasta per 10 “inverni”, come non immaginavo la valenza storica di quegli avvenimenti a cui stavo assistendo, in prima fila, ma troppo giovane per capire. Io vivevo nella prosperosa Baviera, quando apparvero le prime immagini dei Berlinesi sopra il muro, increduli, come incredule erano quelle guardie di confine che fino a poco tempo prima sparavano sulle persone che cercavano di fuggire all’ovest. Qualche mese dopo conobbi i primi “Ossies”, i tedeschi dell’est.

Un gruppo di giovani provenienti da Dresda, fuggiti nell’estate prima della caduta del muro: avevano chiesto e ottenuto asilo politico all’ambasciata della BRD a Budapest, e si erano poi trasferiti a Monaco di Baviera. Mi ritrovai a vivere insieme a loro, unica “Wessi”, donna occidentale. Erano lontanissimi da me, da ciò che fino a quel momento sapevo del mondo. Volevo conoscerli, capire da dove venivano, come avevano vissuto “dall’altra parte”.

Loro vivevano con un solo obiettivo: lavorare, risparmiare soldi per poi viaggiare, il più a lungo possibile. Non parlavano delle loro vite anteriori, non giudicavano, non erano interessati alle tematiche a cui ci appassionavamo noi giovani “occidentali”. Guai a parlare di politica: avevano imparato a non esprimere le proprie opinioni davanti a sconosciuti. Loro volevano solo partire e vedere com’era fatto il mondo. Lavoravano e guadagnavano, non spendevano niente, solo pane e salame. Ogni tanto, con la misera paga da studente, gli facevo assaggiare qualche prelibatezza: la frutta.

Non conoscevano i fichi, mentre l’uva l’avevano assaggiata una volta sola. Non erano abituati a mangiare cibo fresco e si nutrivano di cibo in lattina. Avere l’orticello in giardino non era consentito a casa loro, anche perché la maggior parte era comunque cresciuta nei casermoni socialisti. Poco verde, in compenso tanta industria pesante.

Più tardi li avrei portati in Italia con me, un viaggio che mi servì per capire quanto ero stata fortunata a nascere e vivere in un paese dove si mangia bene, dove i negozi alimentari sprigionano benessere e dove esistono meravigliose espressioni sociali come i mercati di frutta e verdura nelle piazze. Quando invece io andai con loro a Dresda, mi ricordo il tragitto in macchina, nel famoso “Trabant”, l’unica automobile in produzione in Germania Est, assieme alla “Wartburg”.

Avere “l’imbarazzo della scelta” era un’emozione sconosciuta da quelle parti: una sola automobile , un solo pane. Il pane lo mangiavi in giornata, per le macchine potevi aspettare fino a 14 anni, prima di averne una. Arrivammo nella prima e unica stazione di servizio esistente nel tragitto che dal confine occidentale della BRD portava fino a Dresda, per fare rifornimento di benzina. Entrai nel bar: solo tristezza. Non c’era cibo in vista, non un panino, non una bibita, ma soprattutto: non un sorriso. Nessuno sorrideva, mai. Né lì, né dopo.

Mi venne poi spiegato, che i tedeschi dell’est erano ”storicamente” arrabbiati, perché solo a loro era toccato pagare le conseguenze della guerra. I cugini dell’ovest invece, in egual modo perdenti, continuavano ad ingrassare allegramente, mentre la loro industria automobilistica conquistava il mondo intero.

Arrivammo a Dresda e mi ritrovai in un quartiere che era rimasto immutato da quell’evento drastico che fu il “Bombardamento di Dresda” (Febbraio 1945). Nel quartiere di Neustadt, solo macerie. Di ciò che era la “Frauenkirche” (la splendida chiesa luterana, ispirata alle cupole del barocco italiano) solo qualche pietra, e sullo sfondo i palazzi socialisti.

Respiravo e sentivo la loro rabbia e tristezza, senza capirne il perché, assieme all’onnipresente odore di carbone. Provavo però ammirazione per quei ragazzi, così integri e così istruiti.

L’assenza di opulenza in cui erano cresciuti gli aveva consentito di costruire e mantenere uno sguardo lucido, e di sviluppare una grande determinazione a volere di più dalla vita. Ma loro erano giovani, e avevano tempo per costruirsi una nuova vita. Diverse erano invece le emozioni per chi viveva questi cambiamenti troppo tardi per ricominciare, e troppo presto per andare in pensione.

La caduta del Muro di Berlino, di un intero sistema economico e sociale fu devastante per una certa generazione, troppo vecchia per assimilare il cambiamento.

Oggi la Frauenkirche è di nuovo in piedi, ricostruita pezzo per pezzo, e Dresda è tornata  ad essere una delle più belle città tedesche da visitare, la “Firenze del Nord”.

Nel 2000 ho lasciato la Germania, per avventurarmi verso altri paesi e tornare poi in Italia.

Non ho più contatti con quei ragazzi di Dresda, ma che ricca la vita, quando ti regala quelle emozioni che sono la ricompensa di chi vi si affaccia con curiosità e generosità.

Francesca

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

45 + = 50