Immaginate un mondo senza le api. Niente fiori impollinati, niente frutti sugli alberi, scaffali dei supermercati sempre più vuoti. Sembra un’ipotesi fantascientifica, eppure è una delle proiezioni concrete che gli scienziati prendono in considerazione se l’attuale tasso di estinzione delle specie non viene arrestato. La perdita di biodiversità non è un problema astratto che riguarda qualche specie esotica lontana: è una crisi silenziosa che sta erodendo le fondamenta stesse su cui si regge la civiltà umana.
Che cos'è la biodiversità e perché conta
La biodiversità è molto più di un semplice catalogo di specie animali e vegetali. È la straordinaria, intricata rete di relazioni che lega ogni organismo vivente agli altri e all’ambiente che abita. Include la varietà genetica all’interno di ogni specie, la molteplicità delle specie stesse e la diversità degli ecosistemi: dalle foreste pluviali tropicali alle praterie alpine, dai fondali oceanici alle paludi costiere.
Ogni ecosistema svolge servizi fondamentali per la vita sul pianeta. Le foreste regolano il ciclo dell’acqua, stabilizzano il clima locale, assorbono CO₂ e producono ossigeno. Gli oceani, che coprono oltre il 70% della superficie terrestre, assorbono circa un quarto di tutta l’anidride carbonica emessa dagli esseri umani e rappresentano la fonte di sussistenza per oltre tre miliardi di persone. Le zone umide filtrano le acque inquinate, mitigano le alluvioni e ospitano un’eccezionale concentrazione di vita. Quando uno di questi sistemi si incrina, le ripercussioni si propagano come onde in uno stagno, spesso in modi imprevedibili.
Secondo il Rapporto IPBES del 2019, circa un milione di specie animali e vegetali è attualmente a rischio di estinzione, molte delle quali nel giro di pochi decenni. È la sesta grande estinzione di massa nella storia del pianeta, la prima causata dall’attività di una singola specie: l’homo sapiens.
Le cause: un sistema di pressioni interconnesse
Le minacce alla biodiversità non agiscono in modo isolato. Si tratta di un sistema di pressioni che si rinforzano a vicenda, rendendo la crisi ancora più difficile da affrontare.
Distruzione degli habitat
La causa principale della perdita di biodiversità rimane la distruzione e la frammentazione degli habitat naturali. Ogni anno vengono abbattuti milioni di ettari di foresta tropicale, drenate zone umide, cementificati suoli agricoli. L’espansione urbana, l’agricoltura intensiva e lo sviluppo infrastrutturale trasformano paesaggi complessi e ricchi di vita in ambienti semplificati, incapaci di supportare la stessa diversità biologica.
Cambiamento climatico
Il riscaldamento globale agisce come un moltiplicatore delle altre minacce. Gli spostamenti delle zone climatiche costringono le specie a migrare verso nord o verso quote più elevate, spesso più velocemente di quanto riescano ad adattarsi. La bleaching dei coralli, la fusione dei ghiacciai artici, le siccità sempre più intense: sono tutti segnali di un sistema planetario sotto stress crescente.
Inquinamento e specie invasive
L’inquinamento chimico, dai pesticidi nelle acque sotterranee alla plastica negli oceani, impatta su catene alimentari intere. Parallelamente, le specie invasive introdotte dall’uomo (spesso inconsapevolmente) in nuovi ecosistemi competono con quelle autoctone, spesso con effetti devastanti. La zanzara tigre, il granchio blu nelle coste italiane, il coleottero bostrico nelle foreste alpine: sono tutti esempi di questo fenomeno.
Il valore economico della natura: oltre la retorica
Spesso la tutela della biodiversità viene percepita come in conflitto con gli interessi economici. In realtà, l’economia dipende in modo profondo dai servizi ecosistemici, molti dei quali sono difficili da quantificare ma fondamentali. L’impollinazione svolta dalle api selvatiche vale oltre 150 miliardi di dollari l’anno a livello globale. La pesca fornisce proteine a miliardi di persone e impiega decine di milioni di lavoratori. Le piante medicinali sono alla base di oltre il 50% dei farmaci in uso.
Un’economia che distrugge il capitale naturale da cui dipende sta erodendo le proprie fondamenta. La vera domanda non è se possiamo permetterci di proteggere la natura, ma se possiamo permetterci di non farlo.
Azioni concrete: dai trattati globali alle scelte quotidiane
La buona notizia è che sappiamo cosa fare. Il problema è la velocità e la scala dell’azione necessaria. A livello globale, il Quadro Globale per la Biodiversità di Kunming-Montreal (2022) ha fissato obiettivi ambiziosi: proteggere il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030, ridurre i sussidi nocivi alla biodiversità di almeno 500 miliardi di dollari l’anno, mobilitare 200 miliardi di finanziamenti annui per la natura.
A livello locale, la creazione e la gestione efficace di aree protette rimane uno strumento insostituibile. Ma non basta delimitare riserve naturali: occorre ripristinare gli ecosistemi degradati, creare corridoi ecologici che connettano gli habitat frammentati, integrare la biodiversità nelle politiche agricole, urbanistiche e infrastrutturali.
E poi ci sono le scelte individuali. Ridurre il consumo di carne, privilegiare prodotti a basso impatto ambientale, evitare le specie esotiche nel giardinaggio domestico, scegliere materiali non plastici: ogni azione, moltiplicata per miliardi di persone, diventa una forza trasformatrice.
Siamo parte della rete
La biodiversità non è qualcosa che esiste “là fuori”, in luoghi remoti e incontaminati. Siamo immersi in essa, ne dipendiamo biologicamente ed evolutivamente. Proteggere gli ecosistemi significa proteggere la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, del cibo che mangiamo. Significa preservare la resilienza del sistema-Terra di fronte agli shock futuri.
Il tempo stringe. Ma l’esempio di ecosistemi che si sono ripresi, di specie che sono tornate dall’orlo dell’estinzione, di comunità locali che hanno trasformato il rapporto con il proprio territorio, ci dice che la natura è straordinariamente resiliente, a patto che le diamo la possibilità di esserlo.

