Economia globale 2026: dazi, crisi della globalizzazione e nuove sfide geopolitiche

Scritto il 18/02/2026
da Redazione

Il ritorno della logica della fortezza

Negli ultimi decenni la globalizzazione ha rappresentato il paradigma dominante dell'economia internazionale: mercati integrati, catene di approvvigionamento transnazionali, flusso libero di capitali e informazioni. Eppure, a partire dalla metà degli anni Dieci del Duemila, e con un'accelerazione decisa nel biennio 2025-2026, quel modello è entrato in crisi profonda. Il World Economic Forum di Davos, che si apre all'inizio del 2026, accoglie per la prima volta la voce apertamente conflittuale del presidente americano Donald Trump: «America First» non è soltanto uno slogan elettorale, ma una dottrina economica che sfida le fondamenta dell'ordine multilaterale costruito nell'era post-bellica.

Il dibattito tra apertura dei mercati e protezione dell'industria domestica non è nuovo: è inscritto nella storia del pensiero economico, dai protezionisti hamiltoniani ai teorici del vantaggio comparato di Ricardo. Ciò che distingue il contesto attuale è la profondità dell'interdipendenza globale raggiunta, che rende qualsiasi svolta protezionistica strutturalmente più costosa rispetto ai secoli scorsi.

La politica dei dazi: contesto e dimensioni

Il secondo mandato di Trump si apre con un piano ambizioso: tariffe universali comprese tra il 10% e il 20% su tutte le importazioni, con aliquote fino al 60% sui beni cinesi. Nei confronti dell'Unione Europea, le tensioni commerciali si aggravano ulteriormente: nuovi dazi e l'insistente rivendicazione sull'annessione della Groenlandia diventano, secondo il premier canadese Mark Carney, il segnale che «la globalizzazione sta crollando, perché gli strumenti economici si trasformano in armi nelle mani delle superpotenze».

 Dal punto di vista macroeconomico, le stime della BCE indicano che un aumento dei dazi USA al 20%, accompagnato da contromisure europee, comprimerà la crescita del PIL dell'Eurozona allo 0,7% nel 2026, rispetto all'1,1% previsto in uno scenario di tariffe moderate. L'inflazione nell'area Euro è attesa all'1,5% nel 2026, rimanendo sotto il target BCE. A livello globale, JPMorgan stima il rischio di recessione al 50%, con ripercussioni particolarmente severe per i Paesi più esposti alle catene di fornitura internazionali.

«Il protezionismo nel 2026 è più aggressivo, più pericoloso ed è sicuramente più costoso di quello dei secoli scorsi, perché ad oggi va ad impattare su mercati commerciali e azionari estremamente interconnessi.» — Questionecivile.it, maggio 2025 

La frantumazione del multilateralismo

L'uso bilaterale e strategico delle tariffe mina la legittimità delle istituzioni multilaterali, prima fra tutte il WTO. La regionalizzazione delle catene del valore, già in corso prima della svolta Trump, viene bruscamente accelerata. Le imprese, nel tentativo di aggirare i costi tariffari e l'instabilità geopolitica, tendono a ridisegnare le proprie supply chain secondo logiche di prossimità geografica e affinità politica (friendshoring). Il risultato è una riduzione dell'efficienza produttiva globale e un abbandono della logica del vantaggio comparato in favore di una politica industriale «di difesa».

Il professor Andrea Colli (Bocconi) sottolinea come Trump faccia riferimento a un periodo storico, la Gilded Age americana (1870-1913),  in cui dazi elevatissimi contribuirono all'ascesa industriale statunitense, trascurando però i reali fattori di quel successo: l'enorme afflusso di manodopera a basso costo e il capitale estero disponibile. Oggi il livello di integrazione dei mercati è tale da rendere quel modello anacronistico.

L'Europa tra resistenza e adattamento

L'Unione Europea si trova in una posizione asimmetrica: la sua struttura di governance rende complessa una risposta rapida e unitaria. Macron ha accusato Trump di volere «un'Europa vassalla», mentre Draghi ha ribadito la necessità di rafforzare l'autonomia strategica del continente. Le politiche di reshoring e di sviluppo di filiere tecnologiche indipendenti (nei semiconduttori, nell'energia, nell'intelligenza artificiale) rappresentano oggi le principali leve di resilienza disponibili.

Nel frattempo, la crescita fiacca attesa per il 2026 (intorno al 2,5% globale, i livelli più bassi dal 2009 esclusa la pandemia) impone alle banche centrali scelte difficili: contenere l'inflazione generata dai dazi o sostenere la domanda interna. La Fed e la BCE si trovano in un contesto di politica fiscale più espansiva da parte dei governi, il che complica il controllo dell'inflazione nel medio periodo. 

Verso una nuova architettura commerciale?

Il dibattito tra globalizzazione e protezionismo non è destinato a risolversi in modo netto. La tendenza più probabile è quella di una globalizzazione selettiva: apertura con i Paesi alleati e restrizione con i rivali strategici. In questo scenario, la governance commerciale internazionale dovrà reinventarsi, sviluppando meccanismi capaci di gestire la coesistenza tra interdipendenza economica e rivalità geopolitica. La posta in gioco è elevata: la stabilità del sistema finanziario globale, la prosperità dei Paesi più vulnerabili e la stessa coesione delle alleanze occidentali dipendono dalla capacità di costruire un nuovo equilibrio tra interesse nazionale e cooperazione internazionale.